Ditelo a Sofia

Ditelo a Sofia
Sofia Nagy non ama la nuova casa, non riesce a sentirla sua. Dopo la disgrazia, lei e la mamma si sono dovute trasferire. È il 1957, fa caldo, la scuola è finita nemmeno troppo brillantemente, ma comunque sono iniziate le vacanze estive. Lei e il suo destino sono sospesi quindi tra un anno scolastico e l’altro, mentre si stanno decidendo cambi di ruoli per gli insegnanti, per i direttori scolastici ed anche per la sua profonda ricerca: Sofia ha da poco perso il papà, suo unico e amato interlocutore giacché con la mamma tanto impegnata, non aveva – e non ha – un buon rapporto. Il suo papà sì che la capiva, che la proteggeva. Ma un infarto se l’è portato via, nel suo ambulatorio, mentre svolgeva la sua professione di medico. È proprio all’ ultimo paziente del padre che Sofia si affezionerà, il bidello burbero che soffre di sciatica e che pare custodire un segreto: prima di chiudere per sempre gli occhi infatti il dottor Nagy avrebbe bisbigliato qualcosa del tipo: “Ditelo a Sofia”…
Benché sia considerato un classico esempio di letteratura per ragazzi, questo lavoro di Magda Szabó – l’autrice ha curiosamente dato il suo nome a una coprotagonista del romanzo – si legge da adulti con piacevole intensità. La Budapest di circa sessant’anni fa non si intravede per niente, se non pensando agli edifici scolastici nei quali si avvicendano gli intrecci di Sofia, della sua mamma, della direttrice scolastica e del burbero signor Pongráz. Nel ricercare il significato di ciò che rappresentano le confidenze in punto di morte pronunciate dal suo amato padre, Sofia fa compiere anche al lettore stesso un’analisi emotiva: chi è un padre?  Che cosa rappresenta per noi? Cosa noi crediamo che significhi, che implichi, amare un padre diverso da come noi lo immaginiamo? La Szabó coinvolge, conduce per mano, arresta e lancia: gioca con le parole come fossero ballerine, e invita i lettori alla danza. Tutti con Sofia perciò, sempre, proprio perché l’autrice ci fa amare la sua protagonista come ognuno dovrebbe amare la bambina, o il bambino, che siamo stati.

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