Diario del disincanto di J. J. Panama

Diario del disincanto di J. J. Panama

È il 7 giugno del 2013. È questa la prima data che il diario riporta. Quella d’inizio, quella in cui decide di cominciare a scriverlo, a dare un corpo di carta e inchiostro ai suoi pensieri. Pensieri che rivolge a lei. Anche se sa che lei non li leggerà mai, comunque andranno le cose. Sta scrivendo al suo amore, che saluta proprio così, semplicemente, teneramente. Ciao amore. Due parole dentro alle quali c’è tutto. Una vita intera. Lui sa che lei sta male, ma anche se la scienza sembra dire il contrario non ci crede. Lui non ha fede nella ragione. Vorrebbe sbagliarsi, ma teme l’esatto contrario, e non può confidare a nessuno il suo presentimento perché nessuno ha con lei il suo legame, la connessione strettissima fra le loro anime, e inoltre nessuno poi, comprensibilmente, per affetto, vuole vedere la realtà. Tutti dicono che lei non ha un cancro, che non è un brutto male, che non è un GIST, ossia un tumore stromale gastrointestinale, bensì si tratta solo – si fa per dire… ‒ di un parassita. Che però non riescono a isolare. E allora nel frattempo lei è diventata quarantanove chili, venti in meno di quando si sono conosciuti: e non era certo grassa, anzi. Era però una forza della natura, e ora una natura maligna e matrigna gliela sta strappando…

Per disincanto si intende letteralmente una situazione spirituale che implichi il superamento di un'illusione, di una visione deformata della realtà, lo scioglimento da un influsso magico, come quello, per esempio, che è dato dall’amore. Non esiste infatti dolore più grande di quello che si prova per chi si ama davvero. È senza dubbio maggiore di quello che si prova per sé stessi. Perché, forse persino paradossalmente, a vedere le cose da fuori, quello che ci colpisce in modo diretto, in prima persona, sulla nostra propria pelle, ci fa sentire meno impotenti. Perché conoscendolo lo possiamo capire, e le cose si sa che non si capiscono mai bene finché non le si sperimenta o non le si subisce, c’è sempre un diaframma che ci impedisce il contatto, che ci rende più arduo affrontarlo: è necessario dunque meditare, cercare di elaborare. E attraverso questa scrittura intima e delicata Repetto fa proprio questo, ovverosia declina nelle sue mille sfaccettature, nelle sue infinite sfumature, il senso del dolore, della perdita, del rimpianto, dell’inesorabilità della lenta erosione del tempo, caratterizzando in modo riuscito ed empatico personaggi e situazioni, coinvolgendo completamente nella ricerca di una pacificazione, di una risposta esistenziale, forse, però, impossibile.



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