Corpo mio

Corpo mio

“Si muore tante volte in vita”. Già, tante. Ma quante si è in grado di sopportare? E i lutti – ce ne sono di così diversi e tutti così dannatamente dolorosi –come si superano per poter poi continuare a vivere? O sopravvivere? “Sei stato il mio fine, il primo e l’ultimo”. Lei, Laura, si è sempre pensata così, in relazione a lui, Alberto. “Devo andarmene” ha detto lui, e lei ha creduto che il mondo stesse crollando. Invece no. Invece è stato solo l’inizio, come capita spesso. In una cascata di eventi che si trascinano dietro una valanga che cresce: la morte, certe verità, che fanno più male di tutto. “E vennero i giorni della disperazione. […] Un deserto spazzato di nulla. In mezzo io”. Poi la rabbia, un tentativo di vendetta, quindi l’autodistruzione e poi la rassegnazione. “Finalmente detti tregua alla mia anima. E nella tregua dell’assenza riposai il mio corpo. Corpo nulla”. Ma niente è fermo, purtroppo o per fortuna. “Strano imprevisto la vita”, come quello che avvicina due sconosciuti, “due sventurati” potenziali nemici, che trovano la forza di andare avanti, poi la serenità, quindi una specie di felicità, “con la fiducia storta di uscire vivi dalla tua morte”…

Si torna a vivere, si deve rinascere. Da qualche parte, a partire da qualcuno. A volte dai posti più impensati e impensabili. È questa una delle chiavi di lettura, forse la più “forte”, di questa bella lettura, diversa, piuttosto originale, che ci regala Lucia Ravera, per nulla estranea alla scrittura, per lavoro e per passione, già autrice di un romanzo e di un saggio. Originale è il punto di vista, che è sì quello della protagonista che racconta la sua storia al lettore, ma lasciando al proprio corpo l’interpretazione e la narrazione delle emozioni; non siamo forse fatti di anima e corpo? Non hanno forse le malattie, quasi sempre, una chiave psicosomatica? I pensieri emotivi, invece, sono affidati a versi liberi, molto belli, spesso a conclusione dei brevi capitoli. Ma, prima di tutto, originale è la scrittura di questa romanzo, sostenuta da un passato remoto efficace e potente, ricca di metafore, a tratti lirica anche nelle parti narrate, leggera ma elegante anche quando racconta la disperazione. È questa la storia di un percorso necessario, che muove da un silenzio sbagliato nato per proteggersi e proteggere, miseramente finito a rivelare, invece, che ci sono silenzi capaci di fare più male delle verità più difficili; un percorso che trasforma un dolore in una conquista, perché ai vivi è dato di perdonarsi e perdonare, ai morti – e a chi si arrende – no. A volte capita che le ferite si sanino in maniera strana – sembra dirci la Ravera -, diversa e imprevista, e talvolta addirittura grazie al sale, che brucia e sembra fare peggio. Fino ad arrivare, lentamente, all’approdo, a scoprire “la bellezza che si confonde sotto lo strato dell’ordinarietà”. Da leggere, per emozionarsi.



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