In cornice

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Sul letto d’ospedale, così, con un sospiro, suo padre muore. Enrica rimane come spenta, è stato il suo gesto, quel suo toccarlo sul braccio a farlo morire? Alberto, il fratello, prova ad abbracciarla, la porta a prendere un caffè. Ecco cosa rimane di una vita intera, un corpo emaciato e senza vita e un caffè. Perché tutto va avanti. Neppure Nicolò pare un’alternativa plausibile al vuoto che Enrica sente dentro, lui non trova le parole giuste o forse è semplicemente che lei non ha voglia di ascoltarle. Quella folla, gli operai che lavoravano per suo padre, stretta intorno al feretro il giorno del funerale: neppure quelle dimostrazioni di vicinanza rendono il cuore di Enrica meno gelido. Perché mentre tutti quegli uomini portano del loro datore di lavoro il ricordo di un uomo serio, impegnato e tutto d’un pezzo, Enrica sa che quello stesso uomo avrebbe voluto per lei un futuro diverso, l’avrebbe voluta affermata e di successo come lui, con studi tecnici magari e non umanistici. Ora che quella personalità ingombrante ha sgomberato il campo, intorno c’è solo il vuoto per lei, il senso di quell’inadeguatezza che, libera dalla figura di lui, sente ora anche lei. A chi rivolgersi, a chi confidare questi pensieri, questi sentimenti? Nel suo piccolo orizzonte, ripesca una figura di nicchia, una comparsa quasi, Kovacik, il musicista suo dirimpettaio. È gay, educatissimo, riservato: il confidente perfetto per lei che ha voglia di poter governare la distanza a cui far avvicinare le persone…

Una donna sola, Enrica, di una solitudine non amara ma profonda, meditata e quasi ineluttabile. Nella dimensione del romanzo breve, che tutti oggi sembrano aver dimenticato, sopraffatti da una verbosità non sempre necessaria, si confrontano due personalità diversissime e complementari, padre e figlia, uniti nella vita come nella morte. Bella questa figura di padre, rigoroso, onesto, uomo di successo dritto e duro come un fuso. Se lo ricorda la figlia con quello stesso rigore anche nei momenti di dolore, per esempio quando era morta l’amatissima moglie, madre di Enrica. Una figura ingombrante, un modello inarrivabile di fronte al quale, anche in gioventù, la figlia aveva scelto la strada dell’opposizione, anche della contestazione sociale contro il sistema, perfettamente incarnato da lui, del capitalismo borghese. Al confronto di questo statuario monolite, tutte le figure maschili risultano deboli, quasi evanescenti: così l’ultimo fidanzato, così quelli precedenti, così il fratello. Chi potrebbe mai riempire il vuoto immenso di una personalità grandiosa? Dura, intransigente ma mai veramente distante. Così, nel bilancio di sé stessa che il lutto inevitabilmente genera, la figlia si trova a fare i conti con questa sua solitudine profonda, frutto di un’esistenza mai risolta all’ombra di quel padre ingombrante. Bellissima e dolorosa questa figura di donna, adulta ma non compiuta, che con lucidità viene accompagnata dall’autrice alle porte di un necessario percorso di consapevolezza e, a ben guardare, crescita.



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