Corea, la guerra dimenticata

A Jalta, nel febbraio 1945, Roosevelt, Churchill e Stalin – mentre disegnavano il mondo post-conflitto mondiale, dedicarono un po’ di tempo anche al fato della penisola coreana accordandosi “per istituire un’amministrazione fiduciaria” ma senza definirne i dettagli pratici. Anche a Potsdam nel luglio 1945 la questione rimase ai margini, ma tornò d’improvvisa attualità quando – due giorni dopo la distruzione di Hiroshima – l’URSS dichiarò guerra al Giappone e l’Armata Rossa invase la Manciuria dirigendosi verso la Corea. A quel punto il Presidente USA Harry S. Truman si affrettò a proporre a Stalin una temporanea spartizione della penisola: si racconta che fu un colonnello statunitense, “mostrando un totale disprezzo per la morfologia del territorio, le vie di comunicazione esistenti, le arterie commerciali, le istituzioni politiche locali, le giurisdizioni amministrative e i titoli di proprietà”, ad elaborare la proposta di tagliare il Paese in due all’altezza del 38° parallelo. Mosca accettò senza fare obiezioni – anche perché all’URSS era stata assegnata una porzione di territorio più vasta (125.000 km2 contro 95.000) e ricca di risorse minerarie, anche se montuosa e con una popolazione di soli 9 milioni di abitanti. La Corea diventò quindi il primo teatro della cosiddetta strategia statunitense di “containment”, cioè il contrasto sistematico a qualsiasi costo dell’espansione sovietica nel mondo. Mosca favorì l’ascesa di Kim Il-sung, carismatico leader della guerra partigiana coreana contro gli occupanti giapponesi, Washington appoggiò il governo di Syngman Rhee, eletto nel 1948. Non vi erano truppe dell’URSS sul territorio coreano, così gli USA decisero di ritirare le loro forze presenti nella penisola coreana, malgrado le proteste di Rhee, che considerava imminente una invasione da nord…

Gastone Breccia, che insegna Storia bizantina e Storia militare antica all’Università di Pavia, ci regala un saggio di precisione maniacale, forse definitivo, sulla guerra di Corea, che dal 1950 al 1953 causò quasi 3 milioni di morti, con quasi 55.000 caduti americani. Durante i suoi sopralluoghi in Corea nel 2017, lo studioso italiano ha dovuto spiegare che in Italia la definizione di “guerra dimenticata” tradizionalmente assegnata al conflitto coreano non è del tutto corretta, perché da noi è quasi del tutto sconosciuta: “anche chi sa qualcosa di storia militare saprebbe a malapena collocarla nel giusto arco cronologico, o citare i nomi dei protagonisti principali”. È proprio assente dal nostro immaginario collettivo, tanto che persino la serie televisiva anni ’70 M.A.S.H., che è ambientata durante la guerra di Corea, è da quasi tutti ritenuta una serie sulla guerra del Vietnam. Libro ancor più prezioso dunque, per raccontare cause e fasi successive di un conflitto sanguinoso che ha ancora pesanti conseguenze sull’attualità politica mondiale, una guerra che i coreani amano pensare sia finita senza vincitori né vinti: “In realtà è stata soltanto interrotta”, spiega Breccia, “temporaneamente consegnata alla storia nell’attesa di una soluzione pacifica – qualcosa di simile al crollo del Muro di Berlino – o militare”. Una soluzione che, per il martoriato popolo coreano, nel 2019 è ancora di là da venire.



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