Con tanto affetto ti ammazzerò

Con tanto affetto ti ammazzerò

All’ispettore capo Gianni Scapece le feste non sono mai piaciute. Ancora gli duole lo stomaco per un gancio che la sua ex fiamma Ursula, campionessa di kickboxing, gli ha rifilato una volta scoperto che quella famosa missione nella regione del Mar Morto non era altro che una atroce e infame scusa per evitare le celebrazioni per il suo compleanno. Eppure quella festa a Villa Roccaromana, una delle più belle dimore di Posillipo, sta andando oltre le sue aspettative. Sarà per merito delle meraviglie del posto o per la garbatezza della padrona di casa, la festeggiata novantenne Elena De Flavis, ma Scapece a quei festeggiamenti si sta davvero divertendo. L’ispettore e il suo capo, il commissario Carlo Improta, celebri alle cronache per aver catturato un sanguinario assassino, sono stati invitati personalmente dalla baronessa, che già ne aveva precedentemente magnificato i meriti. La stessa signora li accoglie al loro arrivo, complimentandosi per l’operato al servizio della giustizia e per la prestanza fisica di Scapece, che non passa di certo inosservata. Una donna a modo la baronessa, gentile e confidenziale al punto giusto, avvolta in un abito damascato blu notte, che dopo i complimenti rivolti ai due uomini, viene gentilmente richiamata dal suo fedele maggiordomo Kiribaba al suo dovere di padrona di casa. Tra gli invitati alla festa, decisamente ben organizzata e contornata da un incantevole salone, spiccano i tre figli della signora De Flavis: Roberto, Emilia e Simone e con loro all’incirca duecento invitati. Camerieri in alta uniforme, cibo raffinato, gente ricca e gradevole in una location da sogno… Scapece assapora la buona cucina, scambia opinioni e stringe mani, si concentra su alcuni particolari, come un meraviglioso mappamondo, sino a quando non incontra una bellissima donna, un fantastico connubio tra Oriente e Occidente. Naomi, la bella nipote della baronessa, rapisce Scapece con la sua bellezza, tanto da trascinarlo fuori in terrazza per quattro chiacchiere nonostante Improta non veda di buon occhio la cosa. Nel bel mezzo delle chiacchiere, un urlo squarcia la serenità della serata. La scena che si presenta agli occhi del giovane ispettore è incredibilmente devastante: tutti gli invitati si stanno afflosciando al suolo, compresi Improta e il Questore, anche lui invitato alla festa. Scapece non comprende, tutti i partecipanti stanno perdendo i sensi! Nell’arco di pochi minuti il pavimento della lussuosa villa accoglie corpi senza coscienza, vivi, ma incapaci di interagire. Arrivano i soccorsi e solo allora il detective si rende conto che la baronessa e il suo maggiordomo sono scomparsi…

Un felice ritorno quello di Gianni Scapece, il bell’ispettore nato dalla penna di Pino Imperatore, già protagonista con la sua squadra di Aglio, olio e assassino, il precedente successo letterario dello scrittore. Un libro ben scritto Con tanto affetto ti ammazzerò, dalle tinte giallo intenso, che non manca di quell’umorismo tipico dello stile dell’autore partenopeo, se pur nato in quel di Milano. Una sparizione, un’indagine, Scapece ancora una volta chiamato a districare la matassa. Quello stesso ispettore alla cui vita Imperatore aggiunge ogni volta un tassello in più; una ricostruzione lenta dell’esistenza del giovane detective, che ben si rapporta alle vicende narrate e ben si incastona nelle indagini e nella vita degli altri personaggi. Bella la scrittura di Imperatore, semplice e vivace, che disegna in maniera attenta e scrupolosa il personaggio protagonista, Elena De Flavis, una donna “affascinante e indomabile”, dotata di una forza d’animo straordinaria. Bella l’idea dell’autore di affidare alle pagine di un diario la ricostruzione della vita della baronessa, pagine che aprono un devastante vaso di Pandora. Frasi scritte fittamente, attraverso le quali Imperatore consegna al lettore uno spaccato della sua Napoli: le riflessioni della baronessa, rappresentano lo specchio della città partenopea, secondo lo scrittore: “Io amo la Napoli dei sogni e delle promesse mantenute, della solidarietà e della riconoscenza, la Napoli che inventa, crea, stupisce e non si accontenta, la Napoli dei coraggiosi, degli onesti, di chi ragiona bene prima di dire o fare. Ammiro chi sa aspettare e sopportare, e noi napoletani in questo siamo maestri; ma basta poco perché la pazienza si trasformi in rassegnazione, in arrendevolezza, e questo non è positivo. Chi va avanti tanto per campare non arriverà da nessuna parte. Non amo la Napoli dei cialtroni, dei baciapile, dei finti moralisti e dei falsi pezzenti, dei magnamagna e dei traditori della parola data, dei politici traviati e dei camorristi, che spesso appartengono alla stessa progenie. Rifuggo la Napoli di chi si piange addosso e non muove un dito per migliorarsi e migliorare, la Napoli di chi rimanda all’infinito ciò che si sarebbe dovuto fare ieri, di chi resta immobile e muto anche quando viene infangato e calpestato. Amo la Napoli di chi non scende a compromessi, di chi non cambia idea un minuto sì e uno no, di chi non prende la vita come un passatempo e vive ogni giorno come se fosse l’ultimo”. Una vicenda forte, quella narrata, un racconto di odio, gelosie, meschinità, dove il legame con il soldo e l’egoismo emerge prepotentemente: una negatività stemperata dal potente umorismo di Imperatore, capace anche questa volta di dar vita a un libro dove i fatti, le emozioni e il sorriso riescono a trovare un perfetto equilibrio.



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