Chi ha ucciso Marco Pantani

Chi ha ucciso Marco Pantani

È una calda sera d’agosto e Roberto si trova a Cesenatico, a passeggio sul viale Carducci. Seduto al tavolino di un pub intravede Moreno Lotti, un amico di gioventù, soprannominato da tutti “Jumbo”, seduto assieme ad altri due giovani: uno grande e grosso col faccione sorridente e un altro magrissimo, con due orecchie a sventola, un sorriso appena pronunciato e un’incipiente calvizie. All’improvviso qualcuno bisbiglia: “Oh, ma quello è Marco Pantani!” e Roberto si volta, riconoscendo finalmente nella sagoma appena intravista “il Pirata”. Sì, proprio lui, il ciclista che qualche mese prima ha vinto due tappe al Tour de France: il 12 luglio da Aime ad Alpe d’Huez e il 16 luglio da Saint-Orens a Guzet-Neige. I giornali hanno appena cominciato ad occuparsi in maniera entusiastica di quel giovane taciturno. Due anni dopo, nel 1998, è ancora una volta Jumbo l’anello di congiunzione tra i due. L’amico difatti conduce Marco da Roberto e tutti insieme decidono di fare un giro in macchina. Ci sono pure la moglie di Roberto, la bambina e un’amica di famiglia. Marco è gentile e riservato, non ha il fare borioso delle persone famose. Roberto invece è ciarliero e non perde occasione per confessare agli amici che sono state proprio le sue imprese al Tour del 1997 che gli hanno consentito di superare con esito favorevole l’esame di avvocato…

Roberto Manzo è stato l’ultimo avvocato del “Pirata” e con intensa partecipazione emotiva ha affrontato tutti i processi che hanno riguardato l’illustre cliente, convinto dell’infondatezza delle accuse di doping che a quest’ultimo, con inusitata superficialità, furono mosse da tanti tribunali italiani. Da uomo visse con profonda empatia la tragedia personale del famoso campione, perché avvertiva dentro di sé la responsabilità di difendere un amico. Per valutare dunque il pregio di pagine che gridano ai quattro venti l’innocenza di Marco Pantani rispetto alle accuse di frode sportiva che subì, occorre tenere presenti questi dati, che segnano, per altri versi, anche un limite per il lettore disimpegnato. Lo scritto difatti non si presta ad una lettura superficiale e leggera, non racconta gossip sul campione, evoca per contro una tragedia del nostri tempi che è tragedia individuale se rapportata alla sofferenza di un individuo ingiustamente accusato di un reato – non commesso ‒ e tragedia collettiva perché evidenzia quanto il meccanismo giudiziario italiano sia talvolta perverso e distruttivo nei riguardi di chi, anche casualmente, si trovi coinvolto in un determinato fatto di cronaca. Così, al fine di consentire a tutti di farsi un’idea, l’avvocato Manzi lascia “parlare le carte” come si dice in gergo giuridico e non interviene ad emendare, nel testo, nessun passaggio, nessuna fase intermedia. Il fine ultimo del libro è quello evidentissimo, di documentare in maniera cristallina una vicenda assurda, che ha determinato una morte altrettanto assurda. A parte le documentate pagine riguardanti i processi, utili a chi intende saperne di più sulla vicenda, nel libro si ritrovano anche descrizioni accurate degli ultimi momenti vissuti dal campione all’interno del residence “Le Rose” di Rimini, queste ultime cariche di pathos come accade sovente quando, a fronte di autentiche tragedie, il legale perde il distacco professionale e diviene egli stesso intimamente partecipe della vicenda che riguarda il proprio assistito.



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