Charlot sotto inchiesta

“Non sono un comunista, sono un liberale democratico”. È’ il 17 aprile 1948, in pieno maccartismo, e tocca pure a Charlie Chaplin rispondere alle domande dell’FBI. La sua partecipazione a diverse iniziative legate alla Russia desta sospetti e la macchina di Edgard J. Hoover comincia il suo cammino inesorabile: già dal 1945 l’attore inglese, ormai residente negli Stati Uniti, è sotto controllo. Del resto Chaplin ha dichiarato apertamente l’importanza dell’apertura di un secondo fronte in Occidente, subito dopo l’invasione della Russia da parte dei nazisti (1941), per contrastare le potenze dell’Asse. Di fronte all’incalzare delle domande della FBI, Chaplin manifesta tutta la sua apparente inconsapevolezza di certe citazioni, di certe risposte, di alcune partecipazioni ad eventi organizzati dalla società amici della Russia e pubblicati dal “The Daily Worker”. Chaplin ricorda al suo interlocutore di essere un attore molto famoso e per questo quotidianamente cercato da gente ed associazioni che non conosce per pubblicità, eventi, discorsi. Questo implica, a detta di Chaplin, accettare anche inviti senza approfondire prima da chi arrivano. Ma non c’è malizia, non c’è premeditazione: dice l’attore. Di certo ritiene che la Russia e l’America non debbano necessariamente essere nemiche e farsi la guerra, dal momento che hanno sfere di influenza differenti, non coincidenti, e per questo ci sono i presupposti perché coesistano senza darsi fastidio. Perché allora la Russia deve essere considerata nemica? Inoltre Chaplin, da straniero residente in America, ha un debito di gratitudine verso gli Stati Uniti, che mai tradirebbe, perché gli hanno permesso di diventare famoso e di esprimere la sua creatività: non a caso ha deciso di stabilirsi in America, di produrre i suoi film in America e di versare le tasse al suo Paese adottivo. Mai e poi mai tramerebbe alle spalle di chi gli ha dato la vita, artisticamente parlando…

Il saggio curato da C. J. Maland pubblica una selezione delle pagine dell’interrogatorio tenuto dalla FBI nei confronti dello ‘straniero’ Charles Spencer (Charlie) Chaplin, attore inglese vissuto a lungo negli Stati Uniti dai quali fu costretto ad allontanarsi nel 1952 perché non gli fu rinnovato il permesso di soggiorno per sospetti legami con il Partito Comunista russo e americano. Durante il maccartismo l’attore fu oggetto degli interessi dei servizi segreti americani che lo accusarono di presunto antiamericanismo. In realtà tutta Hollywood, come ben spiegato da Goffredo Fofi nella prefazione, fu al centro delle indagini della FBI perché funzionale a lanciare in modo chiaro e perfino eclatante il messaggio dei servizi segreti: “attenzione, possiamo arrivare ovunque!”. Il documento pubblicato non è un’opera d’arte, quanto piuttosto un “non detto” (Chaplin, in modo quasi irritante, per lo più risponde che non sa o che non ricorda) di cui si poteva tranquillamente fare a meno, dato che non è risolta nessuna delle questioni nodali poste: la sua partecipazione a determinati eventi, alcuni suoi discorsi, alcune dichiarazioni sono frutto di una ben precisa volontà oppure opportunità lavorative e pubblicitarie? In più il volume è curato male, senza particolari note o affondi storici che possano permettere di comprendere bene e contestualizzare alcuni riferimenti politici e culturali. Si può soltanto confidare sulla anticipazione della nota introduttiva del curatore che ci preannuncia uno studio più approfondito ed accurato sulla cultura americana di quegli anni e sulla figura di Chaplin, il cui dossier in possesso della FBI conta più di 6.000 pagine. Un’anticipazione quindi, non di qualità eccelsa.

 


 

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