Catania non guarda il mare

Catania non guarda il mare

Il mare da una parte, il vulcano dall’altra: in mezzo, fra macchie verdi di vegetazione, rosse di pomodori e arancioni di agrumi e fichi d’india, si stende rumorosa e colorata, Catania. Catania non è una città come le altre: qui quel che appare non sempre è come appare, e quel che è non sempre appare. Intanto perché Catania sembra una città, e invece contiene molte realtà umane e sociali, culturali ed antropologiche affatto diverse tra loro. C’è il centro, di Catania, e ci sono le periferie; ci sono la spiaggia e l’entroterra, i quartieri “bene” e le zone di varia umanità, il quartiere degli affari e quello a luci rotte (non rosse, avete letto bene, ma talmente messo male, tra prostituzione e sfruttamento, che perfino le luci della notte appaiono rotte e intermittenti). Ma c’è un inizio di Catania, e c’è una fine: la città inizia, se vieni dall’aeroporto, da via cardinale Dusmet e precisamente dalla statua decollata di un cavaliere che sembra fare il paio con la Nike di Samotracia. Da lì in poi sei nelle viscere di Catania, e puoi dirigerti al Duomo o ai mercati, procedere verso il mare o tornare al centro. Ma ovunque troverai dei chioschi, che non sono chioschi ma ottagonali punti vitali della città: dove dentro trovi di tutto, dal caffè mattutino alla birra notturna, e prima l’aperitivo e poi la cena. Nei chioschi si svolge quella vita immobile che altrove si muove nelle piazze: qui si discute, qui si ama o si odia Catania, perché vi sta dentro con tutta la varia sua umanità: filosofi, mendicanti, acrobati dell’esistenza e rassegnati vittime della vita, perspicaci ometti che si esprimono nell’unica lingua che conoscono, il catanese stretto…

Via Plebiscito, poi, è una città nella città: se ci passi, ti investe con tutta la furia di cui è capace, una furia di vita che o ti rinforza per sempre o ti uccide. Se poi ti spingi più in là, giungi al Librino, la più disperata tra le periferie di Catania, non più di San Berillo dove le donne colorate e vocianti aspettano fuori dalle case per offrirti piacere. Un piacere che si compra per pochi denari, ma che ti vien dato insieme ad un retrogusto di disperazione che solo se hai pelo sullo stomaco puoi sopportare. Qui, a San Berillo Catania allenta la presa sul visitatore ed è qui che ti volti per l’ultima volta prima di andare: poi sarà strada verso l’aeroporto, magari per non tornare più e vivere per sempre con la magìa e la malìa di Catania nel cuore. Ma c’è un ultimo luogo, che segna la fine di Catania: il Love Shop La Gatta, il sexy shop che sorge proprio accanto alla lapide che reca la scritta: “Qui è stato ucciso Giuseppe Fava. La mafia ha colpito chi con coraggio l’ha combattuta, ne ha denunciato le connivenze col potere politico ed economico e si è battuto contro l’installazione dei missili in Sicilia”. In quell’incongruo accostamento, tra un sexy shop e la targa commemorativa ad una eccellente vittima di mafia, sta tutto il senso della fine di Catania: Catania finisce là dove la vita e la morte si congiungono, si mescolano nelle loro forme più evidenti, e la città è per sempre memore dell’eros che anima la vita e della morte che s’annida in volti e mani e frasi e sguardi che sembrano amici e che, infine ti hanno ucciso. Ecco, il bello di Catania è tutto in queste contraddizioni, in questa lotta quotidiana tra la vita e la morte, tra sorrisi e vociare, tra cuori puliti e occhi bagnati di mare. Ma Catania ha la testa rivolta al suo cuore più vero: quel Vulcano che la guarda e, talvolta, la sfregia con una colata di lava per ricordarle che niente è per sempre e nulla è come sembra. Catania non guarda il mare.



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