Caro Evan Hansen

Caro Evan Hansen

“Caro Evan Hansen”: è questo il modo in cui iniziano le lettere che scrive a sé stesso su consiglio del dottor Sherman, il suo psicoterapeuta. Le lettere dovrebbero essere positive e motivazionali, ma un diciassettenne come lui, che alterna gli antidepressivi agli ansiolitici, fa davvero tanta fatica a scrivere cose positive. Tutto nella sua vita è deprimente, a iniziare dal nome: Mark Evan Hansen, insomma un patetico “MEH” che caratterizza la sua intera esistenza. Inizia l’ultimo anno di liceo, non ha amici, non sa interagire con le persone, i suoi genitori sono divorziati e sua madre sgobba come infermiera con poco tempo da dedicargli. La cosa peggiore in tutto questo sono le bugie che è costretto a raccontarle per tranquillizzarla e farle credere che la terapia funzioni e che lui potrà essere un ragazzo “normale”. Ora pretende che Evan faccia firmare ai compagni di scuola il pesante gesso che gli fascia il braccio sinistro. Quando spiega ai più curiosi che si è fatto male cadendo da un albero alla fine di un periodo di tirocinio come guardaboschi legge nei loro occhi la verità: lo considerano un povero sfigato. E poi c’è Zoe Murphy, la splendida Zoe, non una delle ragazze più belle o popolari del liceo, ma la più affascinante per lui, che nemmeno sa della sua esistenza, almeno fino al momento in cui Connor, il fratello di Zoe, butta Evan a terra con uno spintone e lei si avvicina per aiutarlo e scusarsi. L’imbarazzo e il panico sono travolgenti. Rifugiatosi nell’aula di informatica scrive al computer la nuova lettera da consegnare al dottor Sherman. Niente di positivo, si concede uno sfogo sul malessere che prova. La stampa ed è pronto a distruggerla, pentito di tanta debolezza, quando Connor Murphy si piazza davanti a lui, accenna qualche frase gentile e insiste per firmargli il gesso scrivendo il proprio nome con lettere gigantesche. Finirebbe lì se lo sguardo del giovane Murphy non cadesse sulla lettera stampata e non intercettasse tra le parole il nome di sua sorella. La rabbia lo scuote, ruba il foglio e corre fuori dall’aula con intenti vendicativi. Per Evan è l’inizio della fine, non ha speranza che la faccenda muoia lì e teme che tutta la scuola venga a sapere della lettera, del suo patetico sfogo e di quanto sia disperato…

“Non c’è mai fine al peggio. È garantito. La vita funziona così. Fin dalla nascita non facciamo che invecchiare, ingrigirci e ammalarci sempre di più e, malgrado tutti i nostri sforzi per invertire questo processo, alla fine moriamo tutti, senza esclusione. Per chiarire il concetto: al peggio segue il peggio e poi ancora il peggio, e alla fine c’è la morte”. Questa è la percezione che Evan ha dell’esistenza e per la quale trascina i suoi giorni in costante allerta, col sudore che gli scorre a fiotti lungo il corpo, la lingua pesante, i pensieri che si ingarbugliano. L’adolescenza, quella che dovrebbe essere l’età più bella e complessa, per lui è un annaspare disperato. Tutto ciò che prova, dice, fa è inadeguato. Il romanzo si basa su un malinteso, un gesto disperato e una sequela di bugie che non fanno che ingigantirsi a mano a mano che vengono dette. Una tragedia che trova linfa vitale in una commedia degli equivoci, che mostra quanto possa essere terrificante il confronto tra i giovanissimi e il mondo della scuola, come le aspettative di socializzazione o la pressione della famiglia rendano quel periodo delicato che è l’adolescenza un vero percorso infernale, che spinge alcuni ragazzi a scegliere l’autodistruzione. Nel romanzo Caro Evan Hansen il tutto è estremizzato e scivola a tratti nell’assurdo mentre si leggono le disavventure dell’impacciato protagonista e del suo essere “meh”. Il poliedrico Val Emmich, cantante, chitarrista, scrittore e attore, insieme allo sceneggiatore Steven Levenson e al duo di compositori Benj Pasek e Justin Paul – che nel 2017 hanno vinto il Golden Globe per le canzoni del celebre La la land e nel 2018 l’Oscar per il brano This is me dal film The greatest showman con Hugh Jackman – danno vita all’antieroe Evan ispirandosi a esperienze comuni e alla reazione della collettività di fronte a un lutto che diventa cronaca, specialmente nell’era dei social, a prescindere dal rapporto che si ha con la vittima. L’opera nasce come musical e debutta il 30 luglio 2015 a Washington D. C. e l’anno dopo a Broadway dove fa incetta di premi. A dare volto e forma a Evan è il giovane attore canadese Ben Platt. Il romanzo è tra i bestseller indicati dal “New York Times” nel 2018 e potrebbe presto diventare un film prodotto dalla Universal Pictures.



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