Avana Requiem

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A L’Avana vecchia, Cuba, la polizia della Mazmorra ha molto da fare a mantenere l’ordine, combattere il crimine, sgominare il traffico di droga, rincorrere i ladri, pararsi il culo come può e non può. Il tenente Puyol indaga sul caso di un uomo trovato impiccato in casa. Al tenente, la mosca bianca della Mazmorra, pacato e riservato, abituato a seguire gli indizi raccolti dal suo intuito, c’è qualcosa che non torna. Ci sono dettagli sulla scena del delitto che lo convincono del fatto che il povero, vecchio, alcolizzato, depresso Santiesteban non si sia suicidato, ma sia stato ucciso. Ana Rosa indaga su alcuni casi di stupro in cui le vittime sono donne sole, anziane e obese. Una indagine difficile, che sta portando avanti da troppo tempo e nella quale non si riesce nemmeno a stabilire con certezza il profilo di un indiziato. Il rischio non è che si aggiungano altri casi all’indagine, ma quello di rimediare una figuraccia e compromettere il suo avanzamento di carriera. Ad Ana Rosa non interessa un accidenti delle donne stuprate. È un’arrivista animata da un’ambizione cieca e le indagini le servono solo per scalare la gerarchia della Mazmorra. E anche il comandante della Mazmorra gli serve per questo. Eddy è il classico poliziotto dalle maniere spicce al quale tocca indagare sulla morte di uno spacciatore chiamato Yoyo, che nasconde le dosi nei dreadlock finti. Lo trovano in una lurida stradina e con la gola squarciata da un’arma contundente che per l’anatomopatologo non è un coltello dopo la chiamata di una prostituta che gli inciampa letteralmente addosso. La catena da risalire è lunga, gli indizi pochi. Eddy si fa aiutare da un informatore che tiene in ostaggio con la minaccia di revocargli la libertà vigilata e che lo spedisce in mezzo alla comunità punk ed emo dell’Avana bene, ai figli di papà pieni di soldi e col desiderio della trasgressione…

Vladimir Hernández, dice la quarta di copertina, è stato consacrato maestro del noir caraibico. Non so bene che cosa significhi questo titolo che gli è stato affibbiato, a quali canoni narrativi si riferisca, ma è certo che Avana Requiem è un’opera così cinica e così spigolosa, tanto truce e malata da risultare irresistibile per la scrittura serrata, avvincente, di brutale crudezza. Tre investigatori, tre personalità diametrali ciascuna con un pezzo di buio col quale fare i conti, più una lunga teoria di figure sordide, squallide, spregiudicate che confondono il dovere col potere mostrano il volto truce di una città nella quale la rivoluzione sembra il sogno angosciante di una nottata passata non tanto bene. Una incalzante contraddizione tra l’intento di tenere in piedi le vestigia comuniste in mezzo ai costumi imbastarditi e l’arrembare incontenibile dei nuovi miti occidentali. Una città feroce e pericolosa nella quale il crimine e la corruzione pagano solo se sei dalla parte giusta - quella della Mazmorra. Diversamente, L’Avana è zeppa di ganci da macellaio appesa ai quali la carne del povero e del reietto conta quanto le mosche che gli si poggiano sopra. È lo specchio di un’anima adulterata che resiste all’embargo, ma rompe gli argini del turismo sessuale, del traffico di droga, della prostituzione e della corruzione; culla di una perdizione che ha la pochezza della miseria, della giustizia sommaria, delle mazzette, della marginalità sul cui bordo si perdono tutti. Hernández è spudorato nel mettere il dito nella piaga in cui l’effige del Che gorgoglia al suo definitivo tramonto, nello svelare una città spaccata in due: quella delle prostitute, degli spacciatori, dei giovani che che soffocano alla ricerca di una identità che sia estrema e violenta, degli ambulanti senza licenza che vendono patate su stradine secondarie, e quella dei turisti distratti, della bodeguita del medio, dei cuba libre e della polizia senza scrupoli nel taglieggiare, minacciare e uccidere. Le vite che le si muovono dentro - dalle personalità di spessore anche se si tratta di luridi balordi, di uomini viscidi, di donne accecate dalla sete di carriera - l’attraversano piegate dalla calura e dall’arsura, ma mai dal peso gigante delle loro coscienze. I suoi personaggi, non importa la loro posizione sociale, la povertà la portano stampata in faccia. E non deve trattarsi necessariamente di povertà pecuniaria. A L’Avana vieja per sopravvivere tutto è concesso, anche sfumare, fino a renderli irriconoscibili, i confini tra legge e crimine. Hernández rende possibile quello che in narrativa non è immediato e che al lettore arriva con un rilascio lento: rendere protagonista una entità immateriale. In Avana Requiem tutto concorre a questo. Azioni, pensieri, brutture dei personaggi servono un’unica grande protagonista, L’Avana, con la sua lurida e appiccicosa decadenza.

 


 

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