Intervista a Willy Vlautin

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Willy Vlautin è un romanziere e un musicista (è il leader del gruppo americano The Delines, ndR) interessato a scrivere della realtà, quella della working class americana, in cui ha sempre vissuto. Un mondo spesso dimenticato anche dalla politica e poco raccontato dai mezzi di comunicazione. In occasione del tour italiano di presentazione del suo ultimo romanzo, ho avuto modo di incontrarlo davanti ad una tazza di tè caldo in una casa nel centro di Roma messa gentilmente a disposizione dalla Jimenez, la sua casa editrice italiana.




Oltre che uno scrittore sei anche un affermato musicista. Quanto la musica che crei è importante per la tua scrittura?
In realtà, non lo è. Non credo che le canzoni abbiano ispirato i miei romanzi. Più il contrario: i romanzi mi hanno ispirato per scrivere le mie canzoni. Le canzoni e le storie che racconto vivono nello stesso condominio. Credo che, in generale, le idee vengano dai romanzi. Le canzoni sono un po’ come dei racconti… mi viene in mente un’idea, inizio a scrivere una canzone e poi mi fermo e la trasformo in un romanzo. Sono esperienze che vivono insieme.

Ho notato che il cibo nel tuo romanzo The Free è un “comfort food” come la torta di carote per Pauline, i tamales o le ciambelle per Freddy. Consideri il cibo in questo modo ovvero come un elemento di conforto, un’isola felice su cui rifugiarsi?
Il cibo è uno dei pochi veri piaceri di ognuno di noi. Sono molto interessato al rapporto che la working class americana ha con il cibo. Spesso, purtroppo, è cibo spazzatura. Quando lavori però uno dei momenti più piacevoli è l’arrivo del pranzo. La torta di carote di Pauline forse è l’unico motivo per cui non è ancora impazzita o se ne è andata via. Mangiarla durante la pausa la rende felice almeno per un po’. Io, per esempio, pranzo alle dieci e trenta del mattino e poi alle dodici, per uscire un attimo e allontanarmi dal lavoro perché il lavoro fa schifo. I miei amici mi chiamano “Two-lunches-Willy” perché esco fuori per pranzare durante la pausa e all’ora effettiva di pranzo. In questo modo, la vita mi sembra meno brutta. Tornando al rapporto con il cibo: spesso le persone mangiano piatti precotti, la stessa Pauline si lamenta perché è ingrassata ma mangia male. Le persone sembrano non avere il tempo per prendersi cura di sé stessi.

Spesso parli di persone che lavorano sodo, che fanno tre turni di lavoro per sopravvivere. Perché credi sia importante, soprattutto negli Stati Uniti, raccontare queste storie?
Onestamente, non conosco altre storie, perché sono cresciuto in quel contesto. Certo, i romanzi sono polarizzazioni, eccessi di quello che ho vissuto. Ho frequentato lo stesso negozio di pittura in cui va Freddy per quindici anni. Anche come ragazzo ho sempre voluto scrivere storie di gente che conoscevo, della working class, forse per colpa di John Steinbeck, che mi ha influenzato molto nella mia educazione. Tutti possono essere supereroi, mia madre, ad esempio, perché un supereroe deve sempre essere ricco e famoso? Perché non può esserlo un muratore? Persone con cui è facile identificarsi. Il mio obiettivo è sempre stato quello di narrare un’America che conosco, che mi è familiare. Non ho mai scritto romanzi diversi.

I sogni di Leroy sembrano un modo per criticare la società americana, il “sogno americano”. Cosa è più difficile accettare in questo momento come americano del tuo Paese?
Forse il fatto che stiamo vivendo una situazione anormale e il governo non sembra fare nulla per migliorarla. Trump non è l’origine del problema, secondo me, ma il risultato. The Free è il modo che ho utilizzato per affrontare questa situazione. Pensiamo a tutti i soldati che tornano a casa con ferite o problemi mentali. È un argomento di cui ho sempre voluto parlare. Di quello e di come è complicato e costoso ammalarsi negli Stati Uniti, di come il sistema sanitario colpisce proprio le popolazioni meno agiate. Volevano anche raccontare di una grande infermiera, un personaggio importante che faceva parte della mia “lista dei desideri” come scrittore.

Questo romanzo sembra scritto per il cinema. È una semplice sensazione da lettore o è intenzionale?
Quando ho iniziato a scrivere, l’ho fatto senza pensare mai di essere pubblicato. Ho iniziato per allontanarmi dalla realtà in cui vivevo. E dato che il cinema è sempre stato molto importante per me, nel momento in cui mi dedico alla scrittura, immagino ciò che scrivo come fosse un film.

Citando uno dei tuoi personaggi, credi nella gentilezza degli sconosciuti?
Sì. L’ho imparato suonando con la mia band. Ero molto timido, tanto da scegliere di lavorare in magazzini o in situazioni in cui non era necessario parlare con nessuno. Essere in una band mi ha portato in giro per il paese senza soldi. Il barista o la cameriera o qualcuno a cui piaceva la band ti ospitava e cucinava per te e poi con il passare del tempo sono arrivati i primi fan, che ci invitavano a mangiare da loro per cena. Spesso ci davano le chiavi di casa loro, chiedendoci di chiuderci la porta alle nostre spalle. Non ho mai incontrato persone così gentili in vita mia. Le persone nella vita reale possono essere davvero gentili… soprattutto se suoni in una band.

Hai mai pensato di scrivere un genere di romanzi diverso?
Forse ci ho provato con i sogni distopici di Leroy, ma è stato più per commentare l’amore che tutti hanno per quel genere di romanzo. In America stiamo creando quel mondo distopico che piace a molti. Quella parte mi è servita anche a raccontare dei gruppi di estrema destra che esistono oggi nel mio Paese. In passato, scrivevo commedie ma per molti erano un po’ strane. Al momento, sono davvero felice che i miei romanzi siano pubblicati e non credo di cambiare genere... almeno per adesso.

I LIBRI DI WILLY VLAUTIN



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