Intervista a Silvana Grasso

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Filologa, scrittrice e critica letteraria per alcune tra le più importanti e prestigiose testate giornalistiche italiane, Silvana Grasso è la scrittrice siciliana che ha portato la sua terra in giro per il mondo. Tradotta in inglese, tedesco, olandese, croato e cinese, i suoi romanzi hanno avuto una grande accoglienza sia di critica, sia di pubblico. Vincitrice di numerosi premi, tra cui il Mondello e il Brancati, la Grasso ha lavorato anche come sceneggiatrice teatrale. L’abbiamo incontrata al Taobuk, il festival del libro a Taormina, dove l’abbiamo intervistata.




Vorrei partire da un dato biografico che mi ha molto colpito. Hai scritto, venduto e sei stata tradotta e premiata tanto, ma non hai mai lasciato la Sicilia. Perché?
L’emigrazione è un fatto serissimo, chi emigra inseguendo un’economia anche minima può e deve farlo. La premessa alla domanda è che io, per talento per fortuna, oggi sono tradotta, e dunque letta, in molti paesi del mondo e oggetto di pregiatissimi convegni di studio. Questo avviene perché la mia scrittura, nata in una Sicilia mitologica non realistica, nata in una natura, la mia irrequieta ma isolana e iso-lata seppure con tanta folla attorno, non deve subire contaminazioni che non siano naturali. Il mio occhio sul mondo è sempre vigile, ma per questo non ho bisogno di passare la vita in aeroporto tra sudori e check-in. La mia scrittura potrebbe essere nata in Giappone o in Tanzania, quel che io racconto non è favoletta, è l’uomo truffato dalla vita, l’uomo che prende consapevolezza del suo nanismo, dunque un essere universale che si muove in viaggi infiniti della mente, della noia, del logos, dell’eversione, dell’aggressione. Solo i cretini pensano che varcare un altro paese, meglio se lontano, renda universali e internazionali. Io vado il minimo indispensabile eppure oggi, da dati inconfutabili, sono lo scrittore italiano più studiato nel mondo dell’accademia.

Dici che “un romanzo deve molestare, molestare chi lo scrive, chi lo legge, schiaffeggiarlo, bastonarlo, ridestarlo”, è questa la tua idea di letteratura? Credi che in questo senso la narrativa abbia un dovere sociale?
Se non lascia il segno non c’è stato contatto, per questo penso che la letteratura debba molestare, come il sole quando ci si espone, la pelle ne soffre, ma poi si copula. Quando leggiamo dobbiamo sentirci rivoltati, come il campo prima della semina, un buon libro si riconosce se semina in noi qualcosa, se ci fa starnutire, se andiamo in apnea, viceversa comprare una pizza o tre cannoli, giammai un libro, è infinitamente più salutare: dà felicità al palato, alle endorfine, ci salva dalla noia e dalla suppurazione di una lettura inutile, di un autore inutile, che magari un ingenuo lettore compra per l’ingannevole fascetta del premio ricevuto. Sui premi potrei scrivere tomi divertentissimi... La scrittura non ha doveri e meno che mai "politici" o civili. Lo scrittore invece ne ha, ma dalla scrittura allo scrittore c’è uno sconosciuto mondo, una sconosciuta geografia, un abisso. Lo scrittore non è quasi mai quel che scrive, o quel che di lui spaccia truffaldinamente l’editore per far nascere il "caso" e far bottega e manomettere il lettore, addirittura suggestionarlo, con una patetica precettistica etico-morale ignobile. Chi scrive, spesso disturbato psicologicamente o psichiatricamente, ci pensa su mille volte prima d’affrontare con la sua parola argomenti civici che ne farebbero sgamare subito la sua inconsistenza intellettuale pari allo zero, il suo appeal emotivo esistenziale inferiore a quello d’un topino. Se conducessi io l’intervista ci metterei due minuti a farli scappare dallo sgabello questi millantatori in cerca solo di visibilità. Purtroppo molti vengono oggi pubblicati perché figli di... mogli di... amanti di... sorelle di... e questo garantisce per il minimo della vendita.

Parliamo adesso della tua prosa. Il tuo stile, un pastiche interessantissimo, recentemente oggetto di un saggio, è dovuto a un lavoro consapevole sulla parola o piuttosto è qualcosa di naturale, spontaneo?
La lingua non è una torta né una focaccia per cui si seguono degli ingredienti, la lingua, la mia, ha una sua fortissima personalità omicidiaria, tende persino ad ammazzare la storia se non sto attenta, se non la frego per tempo. La lingua d’uno scrittore è come la lava per un vulcano, imprevedibile nei tempi e nei modi, ma indispensabile, senza quelle Erinni di fuoco non ci accorgeremmo d’un vulcano. Un vulcano spento, inattivo, in menopausa, è tristissimo. L’alimento, il suo lievito della lingua letteraria è la vita dello scrittore, il sangue dello scrittore, la rabbia dello scrittore, il suo reflusso esogastrico, le sue ulcere le sue gastriti, coliti , il suo panico. Una lingua potente, dunque un modus scribendi potente, una lingua che non emula, non fa la servetta, ma domina e non si lascia dominare né mettere le redini è in costante rapporto sessuale con l’entroterra emotivo dello scrittore. Quando spacciano per "sobria essenziale pulita" una lingua che sta alla Letteratura come un ascesso anale all’Infinito del Leopardi, si mandi subito in esilio lo scrittore e la sua trippa andata a male.

Nel tuo ultimo romanzo, La domenica vestivi di rosso, attraverso gli occhi della tua protagonista affronti il tema dell’emancipazione femminile nel ‘68. Riesci ancora a scorgere la scintilla di quegli anni nei giovani di oggi?
In Sicilia, lo scrivo nel mio romanzo, l’emancipazione restò una sconosciuta parola, calata dal nord come una bomba dalla contraerea in tempo di guerra. Non ci fu emancipazione né coscienza storico-filosofica nel ‘68, meno che mai ce n’è oggi. Oggi per emancipazione si intende l’affrancamento dalla parola, dal pensiero, dalla dignità, dalla responsabilità, conquistato dal popolo di Facebook o WhatsApp. Bastano solo faccine per comunicare delusione, passione, divertimento, approvazione. Che bisogno c’è dunque di faticare ad avere le parole la lingua e il tempo, quando è così divertente comunicare per adesivi? Oggi tutti sono emancipati da se stessi, dunque quel che resta, la sagoma corpo, la sagoma uomo, un nome, è da gettare nell’indifferenziata o nell’umido. La Scuola, l’Economia, la Famiglia, la Società sono alla deriva, gli esseri umani solo bulli branco o monadi. I social offrono senza spendere nulla un’altra vita a chiunque, un’altra identità, ti spacci per quel che vuoi, ti metti la faccia che vuoi, la freghi da un profilo americano, australiano, ti fai bello, ricco, elegante, desiderabile, declinando un unico verbo "truffare". Per questa società malata, che si crede furba ed emancipata, l’emancipazione è l’arte del truffare, truffare i sentimenti, truffare le aspettative, truffare i figli, truffare la legge, truffare sempre e chiunque, e il più abile truffatore viene assunto come modello di Ars truffandi!

Alla tua protagonista l’amore sembra essere negato. Credi che sia un lusso, l’amore?
La Nerina del mio romanzo, cresciuta senza una madre, ma da due vicemadri, non è affatto interessata ai sentimenti “un terreno pericoloso su cui saltare in aria a ogni passo se non si conoscono per tempo”. Anche il sesso è per lei quasi un set cinematografico su cui spogliarsi e accoppiarsi asetticamente, preoccupata solo dalla recitazione, dalla simulazione, dunque una prova di scrittura e cinema allo stesso tempo, non mai una sinfonia di sentimenti. Nerina ha avuta una vita affettiva durissima, inesistente, la salva l’intelligenza, la salva la scrittura, la salva il cinema, quella vita finta del film che è assai meglio d’una vita vera. L’emancipazione di Nerina è il sottrarsi allo stereotipo della ragazza del sud che, dopo gli studi, eccezionalmente l’università, si sposa e fa figli educati su borbonico ipocrita modello materno, secondo la reiterazione di un ottuso "reato" educativo. Il personaggio di Nerina dimostra assai più di tanti volumi e chiacchiere sul ‘ 68 come da cosa e da chi ci si può e ci si deve emancipare. Lo straordinario numero di lettori, oltre 25.00 copie vendute in pochissimo, lo ratifica in pieno. Nerina è l’emancipazione da tanti luoghi comuni, gabbie sulla coscienza e sulla società, Nerina potrei essere io, come mi hanno fatto notare i miei compagni di liceo. Nerina è eversiva, non ribelle, l’eversione cambia la storia, non la ribellione. La ribellione è roba da adolescenti ma Nerina non lo è mai stata anche quando ne ha avuto l’età. Il romanzo è stato già richiesto per un film importante, una coproduzione, ma vigilerò molto se arriviamo al ciak si gira, perché venga fuori l’eccezionalità di questo personaggio, che con un cinismo nutrito di sofferenza, codificato da intelligenza, si salva dalle altre trappole della vita. Il romanzo si può leggere anche come una suggestiva scrittura cinematografica che riserva un finale davvero “wow”.

I LIBRI DI SILVANA GRASSO



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