Intervista a Roberto Costantini

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È sempre interessante conoscere e discutere con un autore del romanzo appena letto e soprattutto imparare da lui la genesi di un personaggio che dura nel tempo e continua a vivere e a parlare di libro in libro. La sua voce, così come la sua storia, si rinnovano e conoscerne i meccanismi e i retroscena è un’occasione da non perdere. Roberto Costantini è uno di quegli scrittori che hanno coltivato un personaggio tanto da dargli una vita intera e non solo una personalità ed è perciò stimolante parlarne con lui al telefono, dopo aver atteso che il suo viaggio in treno da Roma a Milano arrivasse al termine e ci fossero tempi e modi adeguati per parlarne con cura.




Arrivato alla fine del tuo romanzo Da molto lontano, rileggendo l’esergo di John Barrymore che recita “Un uomo è vecchio solo quando i rimpianti, in lui, superano i sogni” mi viene da pensare che Balistreri sia stato, da sempre, un uomo vecchio, privo di sogni (anche se di brutti sogni lui ne fa, eccome). O meglio, che gli siano stati tolti durante l’adolescenza africana…
Tutto ha inizio nel 1958, a Tripoli, con un bambino che sogna mentre sta guardando il Festival di Sanremo e Domenico Modugno che canta Volare. Il bambino, che è il piccolo Michele Balistreri, sogna una famiglia, soprattutto una famiglia unita. Consideriamo anche che per un bambino italiano dell’epoca la famiglia era molto importante, per il piccolo Michele resterà fondamentale. E questo sogno, così come la sua famiglia, si sfalda, scompare in modo anche drammatico, così come canta la voce di Modugno quando dice “penso che un sogno così non ritorni mai più”, immaginaria colonna sonora di quei momenti. Perciò Michele passa la sua vita ad accumulare rimpianti anziché sogni, in questo senso Balistreri è un bambino già vecchio.

Com’è nato Da molto lontano?
Il giallo in sé è nato successivamente e si affianca una sorta di giallo trasversale, che è la vita di Michele Balistreri. La parte raccontata in questo romanzo era prevista sin dall’inizio, come una sorta di riconciliazione con l’infanzia del bambino e i suoi rimpianti. Questo giallo trasversale è anche quello più importante, perché racconta cinquant’anni di vita di un personaggio ma anche cinquant’anni di storia italiana. I singoli gialli, che cambiano di romanzo in romanzo, sono al servizio di questa storia principale anche se, comprensibilmente, il lettore vorrà appassionarsi anche alle singole trame e quindi agli intrecci narrativi e gialli che cambiano di volta in volta.

Nell’appartamento spoglio di Belistreri, alla Garbatella, e che rispecchia in questa sua povertà di arredi il modo di vivere del commissario, c’è una foto di famiglia che è anche un promemoria. In questo modo può rinfocolare l’odio nei confronti dei due assassini di sua madre e di Laura Hunt, che quella foto l’ha scattata. E lì, davanti a quella immagine, Balistreri ogni giorno rinnova una promessa. Ho l’impressione che ci saranno romanzi fino a che questa promessa non verrà mantenuta…
Su questo punto, onestamente, non ho risposte certe. La verità è che non lo so. Quella fotografia è lì a ricordargli quello che è successo e chi sono i colpevoli, ma non vuole anticipare nulla di ciò che eventualmente succederà. Una cosa è certa, però: finché Michele Balisteri mi chiederà di scrivere di lui io lo farò, ma non sarà certo per motivi editoriali.

Ho riflettuto a lungo sul personaggio di Capuzzo, nel quale Balistreri si confronta e si specchia, tanto che a un certo punto il commissario si autodefinisce il Watson di un imprevedibile Sherlock Holmes. Non parleremo di lui per non togliere il gusto ai lettori di conoscerlo, ma mi piacerebbe sapere come ti è venuto in mente…
Capuzzo è un omaggio alla Polizia italiana, che fa un mestiere veramente difficile, sottovalutato da chi la vede dall’esterno, spesso attaccato. Impersona il vero poliziotto che, diversamente da Balistreri che è un personaggio da film, passa la giornata seduto alla scrivania ad analizzare rapporti e dati. Sono attività che qualcuno deve per forza fare. È l’italiano onesto, che lavora per uno stipendio molto basso, che sgobba come un matto e che, in più, in questo libro si troverà coinvolto a livello personale. Pensiamo al rapporto con il pubblico ministero leghista che, in quanto Capuzzo meridionale, lo considera uno scansafatiche. O al rapporto che Capuzzo ha con il figlio, che non vuole diventare come lui e che vede in Balistreri il vero eroe.

Questo romanzo è una storia di donne. Donne sfruttate, picchiate, illuse, ma che si ribellano. È forse il primo dei tuoi romanzi, che è poi stato anche definito il più politico, che si spinge così a fondo nell’universo femminile. O no?
È un segno della modernità, di quello che purtroppo sta accadendo ai nostri giorni. Questa parte del libro, che è ambientata proprio nel 2017, racconta di ciò che sta accadendo al giorno d’oggi, prendendo posizioni certo estreme e che non sveleremo per non togliere il gusto al lettore di capire cosa accadrà nel romanzo.

Quella che è stata definita La trilogia del male, e che è formata dai tre romanzi Il male non dimentica, Alle radici del male e Io sono il male, in realtà non si interrompe, ma la storia narrata continua con gli altri romanzi, vero?
In effetti è diventata una esalogia, così come io la chiamo, dato che i libri ora sono sei.

In tutti i romanzi ci sono molti rimandi alle altre storie e ai fatti che vi sono narrati. Una continuity, insomma. Non hai paura che ciò spaventi il lettore?
Io penso questo: i rimandi non incidono sul giallo raccontato nel libro, ma incidono sul giallo che prima ho definito trasversale, ossia la vita di Michele Balistreri. Quindi il giallo in sé è completo ma, è vero, chi vorrà conoscere tutta la storia del commissario dovrà certamente leggere gli altri romanzi.

Posso chiederti perché è nato Michele Balistreri? A parte la stessa provenienza, Tripoli e l’età anagrafica, qual è stata la scintilla che lo ha fatto nascere?
Il personaggio di Michele è funzionale alla mia idea originale, ovvero quella di raccontare l’Italia degli ultimi cinquant’anni. Volevo un personaggio che fosse adatto a raccontarla non dal punto di vista della versione ufficiale e che possiamo leggere sui libri di scuola, ma attraverso gli occhi di uno che l’ha sentita e vissuta in modo diverso, magari grazie ai racconti della madre. Balistreri è l’occhio di minoranza sulla storia d’Italia ed è anche l’occhio dei poveri, dei deboli. Lui è forte coi forti, come con il pubblico ministero Locatelli, e debole coi deboli come Capuzzo, che in realtà sarebbe un suo sottoposto.

Tempo fa hai dichiarato che è bene non affezionarsi a un personaggio, perché il rischio che si corre è quello di non capire quando una storia e un personaggio sono arrivati alla fine, trasformando i romanzi che verranno in operazioni commerciali. Ma bisogna ammettere che è difficile non affezionarsi a uno come Balistreri, che ha sì un carattere detestabile ma anche seducente e per il quale, come si dice nel romanzo, la coscienza è più forte della memoria. Davvero non ti sei affezionato al tuo personaggio?
Trovo che “detestabile” e “seducente” siano perfetti per uno come Balisteri. Il problema è che, come ho già detto, lo scrittore deve scrivere quando sente che il personaggio vuole dire ancora qualcosa. Quindi no, non posso dire di essergli particolarmente affezionato, ma lo rispetto molto e proprio perché lo rispetto credo di non doverne abusare. Peraltro, le sue caratteristiche particolari, come quelle di essere un appassionato bevitore di Lagavulin o fumatore di Gitanes, che lo aiutano ad allontanare i cattivi pensieri, non mi corrispondono. In realtà, io non bevo superalcolici e non fumo.

I salti temporali all’interno dei tuoi romanzi, e non solo tra romanzo e romanzo, così come i riferimenti a eventi calcistici importanti, o San Remo del 1958, sono una costante. Possiamo dire che è un tratto caratteristico del tuo stile. Perché hai scelto questa tecnica?
Per me la questione temporale è molto importante e in ogni mio romanzo ci devono essere almeno due periodi storici narrati. Perché quella distanza temporale mostra anche com’è cambiata l’Italia e i suoi costumi e non solo com’è cambiato Balistreri. Gli avvenimenti che ho citato, come i mondiali di calcio e il Festival di Sanremo, di certo aiutano gli italiani a collocare la storia nel tempo.

La tua vita si divide tra il lavoro dirigenziale presso la Luiss e l’attività di romanziere. Trattandosi di raccontare storie turpi, di violenza e della vita di un commissario così particolare, ti chiedo: è difficile immergersi in queste atmosfere e isolarti dalla quotidianità?
Sì, piace moltissimo lavorare con i giovani, è una cosa che mi dà molta soddisfazione. Quando, come me, fai due cose che ti piacciono, le energie le trovi sempre. Poi, riesco facilmente a estraniarmi e scrivere. Quando, ad esempio, faccio un viaggio in treno, riesco a concentrarmi sulla scrittura.

Hai anche dichiarato di essere un grande lettore, come si spera lo siano tutti gli scrittori. Quali sono quindi le tue le letture? Sono simili a quelle di Balistreri?
A parte leggere quello che mi serve per documentare i miei libri, le mie letture principale negli ultimi quattro o cinque anni non sono state, in effetti, dei romanzi gialli. Mi sono riletto tutto Kundera, che avevo letto da ragazzo, e poi Il tropico del capricorno di Henry Miller. Mi piacciono molto anche Emmanuel Carrère e Ian McEwan.

I LIBRI DI ROBERTO COSTANTINI



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