Intervista a Ritanna Armeni

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Giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva, Ritanna Armeni è stata caporedattrice di “Noi donne”, ha lavorato per “Rinascita”, “l’Unità” e “Liberazione”. Attenta analista e studiosa della realtà socio-politica italiana, nei suoi libri ha spesso sottolineato le costrizioni imposte dalla dominante cultura maschilista sul corpo delle donne, dalla faticosa applicazione della legge 194 sull’aborto alla legge 40 sulla fecondazione assistita. Chiacchierare con lei è stato come partecipare a una coinvolgente lezione di storia e di giornalismo.




Delle donne del 588° Reggimento sovietico – delle quali parli nel tuo Una donna può tutto – si sa poco, la loro storia è poco conosciuta almeno in Italia. Perché?
I motivi sono due. Uno più generale, legato al fatto che nel Paesi Occidentali diamo poca attenzione alla storia della Russia. Basti pensare a come si studia a scuola la II Guerra Mondiale. Studiamo che i Russi hanno avuto un ruolo, ma secondario rispetto a quello svolto dagli Alleati e la battaglia di Stalingrado, senza la quale non ci saremmo liberati del nazifascismo, diventa quasi un fatto insignificante o perlomeno, poco rilevante rispetto allo sbarco in Normandia. In fin dei conti, diamo molta attenzione alle nostre vicende e tutto ciò che riguarda la Russia ci sembra un po’ estraneo. Per esempio, nel film di Roberto Benigni La vita è bella nelle scene della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz si vede sventolare la bandiera americana. Si tratta, come è ovvio, di un falso storico, perché furono i Russi a entrare per primi ad Auschwitz, ma l’epopea occidentale e la nostra storia esigono una falsificazione. Il secondo motivo riguarda il fatto che la Storia è in gran parte fatta dagli uomini, che occupano la scena pubblica e ancor più la scena militare e di guerra, che è anche una messinscena di forza. Le donne hanno poco rilievo nella storia e tra gli storici, che perlopiù sono maschi e si occupano di vicende maschili. Sommando insieme tutti questi elementi e considerato che quella del 588° Reggimento è una vicenda femminile e che riguarda il mondo sovietico, si capisce bene come mai ci sia stata negli anni una tendenza all’oblio. Quelle donne, in verità, sono pressoché sconosciute per noi, ma per nulla sconosciute in Russia. Nella Biblioteca Lenin sono custodite numerose risorse librarie, biografie e autobiografie, racconti sulle “Streghe della notte”. Vengono ritratte soprattutto come combattenti, mettendo meno in risalto l’aspetto specifico della vicenda tutta al femminile.

Ci sono eventi che Irina Rakobolskaja, vicecomandante del 588° Reggimento ti ha raccontato e ti ha chiesto di tacere?
Ho fatto la giornalista per oltre quarant’anni e non potrei celare qualcosa che ritengo importante. È chiaro però che il libro è una ricostruzione, scritto sulle parole di Irina che fungono da traccia, intessuta poi da molte letture, testimonianze scritte. Soltanto su una cosa Irina ha mostrato una certa reticenza e cioè, il dolore e la sofferenza. Lei era d’accordo che io scrivessi un libro sulle sue compagne, ma aveva il timore che venisse fuori una storia sentimentale e melodrammatica. Non voleva affatto che emergesse una versione un po’ leziosa su donne che hanno compiuto invece, un’impresa grandiosa per la Patria. La storia che Irina voleva che venisse raccontata è una storia di patriottismo, di socialismo e di forza femminile. In questo senso, nel suo racconto, era sempre molto attenta a che non si scadesse mai nel sentimentalismo. E io mi sono trovata molto in sintonia con lei e con il suo racconto dei fatti.

Tra le righe emerge la grande competenza maturata sulle vicende storiche raccontate e sulle quali ti sei molto documentata. Ritieni che sia possibile rilevare una “differenza di genere” nella narrazione e nel ricordo delle vicende di guerra raccontate?
Non so se si possa qualificare come differenza di genere, ma sicuramente c’è una differenza. Gli storici raccontano la storia per grandi avvenimenti. I racconti di guerra sono storie costruite per arrivare alla vittoria, oppure, sono storie che sottolineano l’orrore e il terrore della guerra. Raramente, nei libri degli storici ritroviamo storie umane, vere e quando presenti, sono piuttosto sentimentali. La Storia è fatta di grandi eventi guidati dagli uomini: guerre, elezioni, rivoluzioni etc. Nel caso, invece, della storia raccontata da Irina, il racconto della guerra viene tutto filtrato attraverso categorie quali la solidarietà, la sorellanza, l’amicizia. A Irina non interessava raccontare la Grande Storia, il perché per esempio fossero andate nel Caucaso a difendere gli oleodotti, ma piuttosto il modo in cui si erano organizzate e avevano fatto di quel reggimento una forza speciale. Un mantra che lei ripeteva sempre è: “Voglio raccontare la storia mia e delle mie compagne”. Il suo racconto è tutto concentrato su quel microcosmo femminile ‒ che davvero era un microcosmo rispetto agli eserciti, all’Armata Rossa che era un’entità enorme ‒ ma in quella storia emergono sentimenti, vicende diverse e anche ironiche che raccontano la guerra, fatta di rapporti umani.

Una cifra femminile distinta da quella maschile…
Prima di intervistare Irina avevo intervistato un veterano della Grande Guerra Patriottica, come i Russi chiamano il II Conflitto Mondiale. Un uomo che fu tra i primi cinque che entrarono ad Auschwitz. Mi aveva particolarmente stupito il fatto che nel suo racconto non mettesse mai al primo posto il rapporto con gli altri commilitoni. Per lui fu naturale dirmi che, ad un certo punto, nel suo battaglione, da trecento si erano ritrovati in trenta. Immagino che fra i duecentosettanta morti ci fossero persone che conosceva, amici e colleghi, ma lui quella storia non la raccontava così. In Irina, invece, ho individuato una cifra differente, quella del racconto della vita e della solidarietà in un gruppo di donne che partecipava alla guerra, ma che era consapevole di compiere un’impresa molto speciale, lavorare per la libertà e l’emancipazione.

Nella tua ricerca hai riscontrato reticenze da parte delle autorità russe?
Assolutamente no. Ho avuto solo all’inizio qualche problema nel trovare una strega della notte, visto che erano quasi tutte morte. Irina, l’ultima strega vivente a Mosca, è morta cinque mesi dopo che l’ho intervistata. Un altro problema era rappresentato dalla diffidenza che c’è nei confronti degli occidentali che intendono raccontare la storia della Grande Guerra Patriottica, che per i Russi è un evento fondativo, perché ha loro permesso di sconfiggere il nazifascismo. La diffidenza, giustificata in verità, nasce in loro dall’idea che in Occidente si sottovaluti la rilevanza della loro Storia. In Irina, però, non ho mai riscontrato scetticismo nei miei confronti.

Oltre che eroina di guerra, Irina Rakobolskaja è stata una valente accademica russa. Credi che il suo valore sia stato sottostimato dalla sua Patria?
Come accademica, ritengo di no, dal momento che Irina ha insegnato Fisica fin oltre gli ottant’anni, per concessione e per volere del Rettore dell’Università. Alla sua morte, ha ricevuto le esequie di un accademico e di una combattente. Quel che però in Russia si va perdendo è la specificità di quel Reggimento formato da sole donne, considerandolo come gli altri, formato da persone valorose sì, ma senza dare il giusto risalto alla particolarità di quella storia, un’unità di combattimento che rappresenta un fenomeno unico nel panorama mondiale, paragonabile oggi, soltanto alle combattenti curde. Probabilmente, questo succede in Russia a causa della loro peculiare idea di emancipazione, per cui per le donne è possibile diventare valorose come gli uomini o più degli uomini.

C’è una domanda che avresti voluto rivolgere ad Irina, ma che non le hai fatto?
Credo di essere riuscita a sapere da Irina tutto quel che mi interessava conoscere e questo grazie anche alle sue doti comunicative e da docente accademica. I nostri colloqui si svolgevano sulla base di ciò che lei decideva di raccontare, giorno per giorno, come in una lezione universitaria. Ovviamente, io le facevo delle domande, ma lei aveva una chiarezza e completezza di esposizione tale che le sue erano quasi lezioni di storia. Come giornalista, sono abituata ad avere a che fare con tanti tipi di interlocutore. Ci sono quelli che parlano troppo, quelli che esagerano e quelli che dicono bugie. Difficile è incontrare una persona che ti racconti benissimo, punto per punto, come si sono svolti i fatti. Lei aveva ben chiaro quanto doveva dire ed era come se si fosse preparata prima il lavoro.

Avete avuto modo di parlare con Irina della Russia moderna e della transizione dal socialismo al liberismo?
Irina aveva uno scopo preciso incontrandomi, ed era quello di raccontare la sua storia e la storia delle sue compagne. Tutto il resto per lei era tediante. Quando l’ho incontrata per la prima volta, ci ha tenuto a sottolineare due punti e cioè, che il 588° era un Reggimento di sole donne, aggiungendo “Se anche le dicessero che non è vero, non ci creda mai”. E poi, mi disse “Si sbrighi perché sono vecchia”. Lei era molto lucida, dotata di acume e di critica, ma la situazione politico-sociale la interessava meno del racconto della storia sua e delle sue compagne.

La gran parte di storie che raccontano le donne e la guerra ritraggono le donne come oppresse, vittime del conflitto e mai protagoniste. Nel tuo libro, invece, racconti una storia di emancipazione. C’è secondo te un elemento comune alle due narrazioni?
Il mio libro rompe con una tradizione del rapporto donne e guerra. Le donne quasi sempre sono vittime o compagne. Possono essere le segretarie, le cuoche, le infermiere, qualche volta le fuciliere, sono le stuprate dal nemico etc. Le Streghe della notte, invece, sono donne che utilizzano la guerra come momento di emancipazione. Ma va detto che la guerra è sempre strumento di emancipazione femminile. Perché le donne, durante i conflitti bellici, hanno l’occasione di uscire di casa. Possono occupare i posti solitamente occupati dagli uomini e quindi, diventano operaie, tramviere, impiegate etc. La guerra, paradossalmente, è uno strumento di libertà e di emancipazione femminile, anche se con gradi diversi e questo credo che sia un elemento sempre presente nelle storie di donne durante la guerra.

I LIBRI DI RITANNA ARMENI



 

 

 

 
 
 
 
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