Intervista a Paolo Crepet

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Dopo aver preso con lui un vago appuntamento al telefono, incontro Paolo Crepet in tarda serata, al termine di una lunghissima sessione in cui si è dedicato a firmare copie del proprio libro per una nutritissima folla per lo più femminile, dopo il suo intervento sul palco di Passaggi Festival 2019, a Fano.




Vorrei ripartire dall’ultima domanda che ti hanno fatto sul palco e alla quale non c’è stato tempo di rispondere: “Una parola di speranza per i giovani?”…
La speranza si basa sulla capacità di indignazione, sul coraggio di cambiare le cose che non ci piacciono. Finché c’è la capacità di indignarci c’è vita, quando non ci indigniamo più, siamo morti, nel senso che siamo vecchi. Il secondo punto è il coraggio di cambiare le cose che non ti piacciono della tua vita.

Hai iniziato ad analizzare i giovani in anni che anagraficamente sono vicini a noi ma, per una serie di coincidenze, evoluzione tecnologica in primis, sono come un’era distante. Trovi che gli adolescenti di oggi siano molto diversi da quelli che hai incontrato all’inizio della tua carriera o, come dice qualcuno “i giovani d’oggi” ci sono sempre stati?
C’è una grande differenza ed è che quando non hai cose le cerchi e quando le hai non le cerchi più. Questa di oggi è una generazione che è molto imbruttita e ha di tutto, per cui cerca di meno, perché ha molte cose. Non tutti sono disposti o capaci di cercare delle cose. Credo che la differenza fondamentale sia nella capacità di desiderare.

In Impara a essere felice hai raccolto alcuni contributi molto interessanti su una “patologia”, l’infelicità, che viene analizzata da varie angolazioni: quella filosofica, quella letteraria e quella psicologica. Ma traendo le somme ci sembra di poter dedurre che l’infelicità sia una condizione imprescindibile e molto più clinica di quanto si immagini…
L’infelicità per molte persone è una ciambella di salvataggio, nel senso che siccome la felicità è complicata, va ricercata, quando la si trova non dura, è faticosa, è una sorta insomma di grande nevrosi da un certo punto di vista, è chiaro che quella cosa lì molte persone non la vogliono. Se scarti tutto quello che è faticoso, per forza scarti anche la felicità, così come scarti la passione, la libertà. Sono tutte parole molto complicate, che implicano un lavoro.

La psichiatria è una di quelle scienze che si sono più spesso prestate ad essere collaterali al Potere. Lo scorso anno qui abbiamo parlato dell’invenzione della sindrome da alienazione parentale, stasera hai parlato a lungo della “pedofobia”, l’odio per i bambini di cui i fatti di Reggio Emilia di queste ore sono solo un esempio…
Non voglio difendere una categoria a cui non mi sento di appartenere. Io sono io, faccio il mio lavoro come credo, non mi piace l’idea di essere parte di una lobby, non fa per me. Figuriamoci se oggi mi metto a difendere l’indifendibile, ossia persone che per potere, per soldi, per ambizione sfrenata e non so cos’altro, riescono persino ad usare i bambini, come nel caso di Reggio Emilia.

Hai dichiarato che “la psichiatria ha più a vedere con l’arte che con altro”. Ce lo spieghi?
È che non penso che sia una Scienza nel senso stretto. Non si possono replicare risultati, dipende così tanto dall’evoluzione della nostra anima, che è evidente che poi alla fine ha a che vedere con la psicoterapia, che è una sorta di arte, nel senso che a volte devi improvvisare, a volte rimanere sul “classico”, a volte devi essere molto astratto, a volte devi stare in silenzio… Credo che abbia a che fare con un mondo, quello dell’arte, che a me piace, mentre mi dispiace che la psichiatria venga considerata da alcuni come la scienza perfetta, una sorta di religione che ha i suoi comandamenti, le sue regole auree. Mi sembra tutto un esercizio per persone che non hanno spirito. Lo psichiatra deve avere una grandissima cultura, una grandissima saggezza, altrimenti sarà mediocre. Per questo sin da giovane mi tolsi da queste grandi società scientifiche come la Società italiana di Psichiatria. Tutte quelle a cui ho partecipato sono state utili per capire che sono troppo anarchico per far parte di questi gruppi.

I LIBRI DI PAOLO CREPET



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