Intervista a Neri Marcorè

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Lo incontro ad Agugliano, nelle sue natìe Marche, dopo lo spettacolo Tra Faber e Gaber, in cui suona, canta, recita, imita. Con la complicità dell’Associazione “La Guglia” riesco a sorvolare su tutto quello che sa fare (ed è tantissimo) per parlare solo di libri, perché proprio dai libri Neri Marcorè ha cominciato.




I libri hanno segnato la tua carriera, è così?
Già, io conducevo la trasmissione televisiva Per un pugno di libri, o meglio ne ho ereditato la conduzione da Patrizio Roversi, che dopo tre anni ha deciso di lasciare per andare in giro per il mondo in barca a vela. Siccome io avevo già partecipato come concorrente e quella trasmissione mi piaceva perché si parlava di letteratura, avevo detto agli autori che, qualora volessero fare dei provini per un nuovo conduttore, a me sarebbe piaciuto farlo. Invece mi hanno scelto direttamente. Era la mia prima conduzione, quindi si sono presi un po’ di rischio. Però poi l’ho portata avanti per dieci anni e dopo dieci anni ho deciso di lasciare, perché... diciamo che preferisco lasciare sempre un po’ prima che la parabola fatalmente, come in tutte le cose, abbia una fase discendente. Sono stati dieci anni nei quali ho imparato molto, grazie anche a Piero Dorfles, grazie ai ragazzi e al loro entusiasmo. Insomma, i libri di cui parlavamo non è che sono riuscito sempre a leggerli tutti, anche perché era un’impresa improba avendo una settimana di tempo, soprattutto quando erano belli grossi e in mezzo ad altri lavori era complicato. Però alcuni li ho letti e per altri, comunque, ho avuto dei bravi autori che mi facevano il riassunto. Mi è stato dato, insomma, accesso a tante informazioni in più che se non avessi fatto quel programma lì non avrei avuto.

Credi che Per un pugno di libri abbia avuto un ruolo nella diffusione della lettura in Italia?
Non si gira una chiave se non c’è un motore già pronto. I nostri spettatori erano tutte persone già sensibilizzate all’argomento, non avevano bisogno di essere convinte a leggere. Comunque, spesso incontravo per la strada gente che mi diceva che gli avevo fatto venir voglia di leggere questo o quel libro.

Ok per il tempo tiranno, però Neri Marcorè legge. E che cosa preferisce leggere?
Preferisco i romanzi in generale, le storie, i racconti anche. Però i romanzi sono quelli che mi appassionano di più, perché nella mia storia di lettore sono tutti i libri che mi hanno tenuto attaccato fino a notte fonda e una volta mi è capitato anche di andare avanti fino all’alba, perché per tutta la notte non sono riuscito a staccarmi da quel libro lì. È raro, perché è vero che di libri belli ce ne sono tantissimi, che ti prendono anche, ma ci sono quegli incontri incredibili in cui il libro trova il tuo animo, il tuo spirito di quel momento e quando succede è come un innamoramento e quindi non vorresti lasciarlo mai. Scrittori preferiti? Tutto Nick Hornby, Jorge Amado, Gabriel García Márquez. Poi Nagib Mahfuz, Paul Auster, Simona Vinci... non amo i grandi classici russi, invece.

Succede che non si vorrebbe mai arrivare alla fine, pur continuando a leggere ed è bellissimo, ma tu hai mai pensato di scriverlo, un libro?
Ci ho pensato, ma non l’ho mai fatto! Non mi ci sono mai messo, perché pensare non basta, bisogna fare, dato che ho molto rispetto del mestiere dello scrittore, perché la letteratura è una cosa seria. E poi secondo me ne escono pure troppi di libri! Saper scrivere non è un saper scrivere in senso letterale, ma in senso letterario e nell’immensa offerta che c’è rispetto a una volta, forse un tempo le case editrici facevano più selezione. In virtù di questo, penso che tutti quelli che scrivono libri e scrivono bene fanno quello di mestiere, scrivono molto, buttano via molto e insomma per scrivere un libro ci vuole tempo e dedizione. Io ho fatto adesso altre scelte professionali e quindi tra cinema, teatro, concerti vari, di tempo non ce ne ho tanto. Quindi se dovessi scrivere, uscirebbe tra vent’anni il libro scritto un quarto d’ora al giorno e... no, penso proprio ci voglia più impegno. Poi se un giorno dovesse capitare, magari, metterò da parte tante altre cose e mi concentrerò su quello. Non lo escludo, ma per la verità non lo vedo nemmeno all’orizzonte.

Ci sono moltissimi tra attori, cantanti, presentatori, sportivi che stanno scrivendo libri. Tu sei incuriosito e magari vai a comprare i loro libri, oppure è tutt’altro l’input che ti fa scegliere un libro?
Dipende, non mi faccio pregiudizi. Magari chi scrive si fa pure aiutare e faccio l’esempio di Open di Andre Agassi. A me piace il tennis, avevo già letto il libro di McEnroe quando era uscito, direttamente in inglese, perché ho fatto scuola interpreti e in Italia non so se era uscito. E pure quello di Agassi l’ho letto in inglese prima che uscisse, ma poi ha avuto un grande successo in tutto il mondo ed è scritto molto bene, per cui, ecco, in questo caso parliamo di uno sportivo che ha lavorato insieme a un altro autore che gli ha messo insieme tutti gli elementi e poi ha dato loro una forma letteraria. Quindi io non ho pregiudizi, anche se magari in certi altri casi, sì... Io poi un po’ mi fido di alcune case editrici, mentre di altre no, anche se poi la sorpresa arriva sempre. Magari, invece, con il passaparola arrivi a conoscere un determinato libro per caso e questo ti conquista, anche se in partenza non è per niente tra quelli avvantaggiati, diciamo così. In generale, poi mi muovo anche un po’ sull’onda dell’istinto. Certe volte entro in libreria, sfoglio dei libri, vedo la bandella, vedo l’incipit e, quindi, la scelta dipende anche un po’ da quello. Fabio Stassi l’ho conosciuto, poi siamo diventati grandi amici, ma l’ho conosciuto perché c’aveva la bandella di Gianni Mura e una storia di scacchi. E a me piacciono gli scacchi. Quindi ho letto l’incipit e mi è piaciuto, per cui ho letto quel libro lì che è La rivincita di Capablanca e poi ho letto tutti i libri che aveva scritto prima e dopo. E siamo diventati amici perché ne parlavo bene nelle interviste e quindi ci siamo incontrati.



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