Intervista a Max Bunker

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Luciano Secchi — alias Max Bunker — all’edizione 2019 di Lucca Collezionando ha festeggiato il cinquantesimo compleanno della collana Alan Ford, intervenendo alla presentazione della sua biografia scritta da Moreno Burattini. Conclusa la conferenza, si è raccolto intorno allo scrittore un gruppo di fan, perlopiù persone di mezza età cresciute con i suoi fumetti, e Secchi non ha mancato di rendersi disponibile per la firma di rito delle copie del libro. Ma a me è andata molto, molto meglio perché mi ha concesso una lunga intervista.




Quando hai conosciuto Moreno Burattini e quali sono i pregi della biografia che ti ha scritto?
Ho conosciuto Moreno nel 1989 e siamo sempre rimasti in ottimi rapporti. Non è la prima volta che si interessa alla mia carriera. Il pregio maggiore del suo libro credo sia la completezza. Parliamoci chiaro: ricostruire sessant’anni di lavoro nel mondo del fumetto è un’impresa immane, uno forzo a cui Moreno si è sottoposto dando alle stampe una biografia impeccabile. Non so se io l’avrei fatto per un qualsiasi autore anche se di alto livello, lo ringrazio per la sua costanza.

Durante la presentazione del libro hai raccontato vari aneddoti della tua giovinezza, momenti importanti anche per la tua formazione artistica. Puoi ricordare una vicenda che ti ha segnato in modo particolare?
Sono sempre stato un fan di Elvis Presley, ma quando l’ho incontrato ho capito che è indispensabile diversificare tra l’uomo e l’artista. Avevamo fondato un club a lui dedicato che con il passare del tempo raggiunse dimensioni talmente notevoli, da rivelarsi troppo difficile da gestire. Ero ancora molto giovane e non avevo raggiunto il successo nel campo dei fumetti con la rivoluzione portata da Kriminal e Satanik. Probabilmente l’amore per la musica di Elvis era un segnale del mio bisogno di trasgressione. Presley invece era già molto famoso. Appreso che stava svolgendo il servizio militare in un paesino della Germania, decisi di andare a fargli visita con i compagni più stretti del club, ma quando ci presentammo ci rispose con un inaspettato “Fuck off”.

Possiedi una notevole padronanza dell’inglese. Non tutte le persone della tua generazione hanno confidenza con la lingua e la cultura anglosassoni, chi ti ha trasmesso questa eredità?
Ho imparato l’inglese dai miei genitori, che lo parlavano correntemente per ragioni di lavoro. Con il passare del tempo ho affinato la conoscenza di questa ormai essenziale lingua viaggiando spesso in Inghilterra a Londra e negli Stati Uniti a New York, dove ho molti amici. Sono un appassionato dei musical di Broadway, a cui ho dedicato un albo di Alan Ford, ma a volte preferisco gli spettacoli a Londra, molto più facile da raggiungere. La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Fin dagli esordi come autore di fumetti ero solito mettermi a lavorare alla macchina da scrivere con le cuffie, la melodia mi rilassa e mi dà la giusta concentrazione.

Con il tuo modo di fare noir alla metà degli anni Sessanta hai portato una ventata d’aria nuova nel fumetto italiano, cosa ti ha spinto ad andare oltre il conformismo di quel momento?
Da sempre tutti mi fanno notare la svolta che rappresentarono i personaggi di Kriminal e Satanik, ma in realtà al tempo io non mi resi pienamente conto di essere stato tanto innovativo. Ho dovuto affrontare dodici processi per i miei fumetti noir, ma sono sempre stato assolto perché mancava la sostanza nelle accuse che mi venivano rivolte. Io scrivo di getto, le storie nascano nella mia mente come se fossero qualcosa già presente dentro di me che deve prendere vita. Quando con Magnus iniziai a lavorare al fumetto noir facevamo orari da stacanovisti molto faticosi, ma malgrado il sacrificio di tutte quelle ore passate davanti alle tavole da disegno e alla macchina da scrivere, siamo sempre stati entusiasti del nostro lavoro.

La serie di Alan Ford è considerata tra i risultati più riusciti della tua lunga carriera artistica. Da dove nasce questo tuo interesse per il fumetto satirico?
A un certo punto decisi di inserire in Kriminal scene umoristiche, testando la mia capacità di far ridere che appariva opposta alla violenza e alla dissacrazione con cui avevo caratterizzato la mia produzione noir e non solo. Quella fu una delle prove da cui sono nati i personaggi del gruppo TNT. Credo di essere un Giano Bifronte, macabro e umoristico. Alan Ford, che a breve arriverà al numero 600, è il fumetto a cui sono più affezionato, ancora di più che a Maxmagnus. Di quest’ultimo però apprezzo come resti tutt’oggi di grande attualità, malgrado lo abbia scritto circa mezzo secolo fa.

Con “Eureka” sei approdato al fumetto di autore, è vero che in un periodo in cui l’informazione, comprese le riviste dedicate ai comics, avevano sempre un palese indirizzo politico, la tua rivista era neutrale?
Certo! Ci tengo a ribadirlo: “Eureka” non era schierata a livello politico. C’era tutto e il contrario di tutto. Sulla mia rivista, attraverso cui cercavamo di capire quali fossero i gusti dei lettori, hanno avuto spazio molti prodotti al tempo sconosciuti, come le Sturmtruppen di Bonvi e varie serie del fumetto americano, tra cui I racconti del terrore di Stan Lee.

Parlami della tua amicizia con il papà dei fumetti Marvel, Stan Lee…
La nostra è stata una bella amicizia. Quando lo andavo a trovare a Los Angeles mi portava nei migliori ristoranti, dove bevevamo ottimo vino californiano e cantavamo allegramente essendo tutti e tre, la moglie di Stan compresa, assai intonati. Spesso pagava lui. Una volta lo portai a Lucca per la festa dei comics, ma gli organizzatori non pensarono a premiarlo. Sicuramente non avevano capito il livello del personaggio. Stan prese lo smacco con filosofia, ma la moglie si offese molto.



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