Intervista a Matteo Cerami

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Matteo Cerami il cinema e la scrittura li ha respirati sin da piccolo, essendo figlio del grande e compianto Vincenzo Cerami e di Graziella Chiarcossi. E ora sono la sua vita: è un apprezzato regista e sceneggiatore e ora esordisce come narratore con un libro che ha suscitato la nostra curiosità. Da qui a contattarlo tramite l’ufficio stampa Garzanti e ad intervistarlo il passo è stato breve, brevissimo.




Antonio Capace, il protagonista del tuo Le cause innocenti, dichiara di avere abbandonato il dizionario “De Mauro”, di aver chiuso con le convenzioni del linguaggio e con i giochi di parole vivendo tutto questo come una vera liberazione. È stata anche una tua liberazione a livello emotivo?
Chi è molto bravo a dare un nome alle cose poi rischia di vivere tra le parole, non tra le cose, e perde il senso della realtà. Antonio Capace, cresciuto in un ambiente colto, circondato da poeti, artisti, letterati, ha imparato molto presto che maneggiando bene le parole poteva raccontarsi la vita come gli veniva più comodo. Ma la cosa alla lunga gli si è ritorta contro. Ha mentito a se stesso, si è creato una gabbia con le proprie mani e vuole liberarsene. La sua tragedia è che mentre cerca di descrivere la prigione in cui è rinchiuso, la ricostruisce, pezzo per pezzo, da capo. È un dramma che in fondo viviamo tutti: chi non può contare su un ricco vocabolario per dare un senso alla propria vita, semplicemente, si affida alle parole degli altri, subendone la tirannia senza rendersene conto. Il privilegio di Antonio Capace è tutto nella disgrazia di esserne consapevole. E dalla consapevolezza, purtroppo, è impossibile liberarsi.

La generazione di Antonio è quella nella cui infanzia i “giochi con le istruzioni” informatizzati hanno soppiantato la sperimentazione sociale dei giochi inventati tra bambini con regole da negoziare e condividere. Quale impatto ha avuto questo cambiamento epocale?
La fantasia, si sa, nasce dalla fame. È il trucco che ha inventato l’uomo per salvarsi quando non ci sono più speranze, per amare la vita anche quando è tragica. E la vita è sempre tragica, perché finisce in modo tragico: questa è l’unica certezza che abbiamo. Per il resto del tempo, galleggiamo in un oceano d’incertezze, che possono essere terribili, ma offrono pur sempre la possibilità di immaginare una svolta inattesa degli eventi. Qualcosa d’insperato, di magico. Ecco: i giochi inventati dai bambini hanno sempre qualcosa di magico. Si fanno insieme e non finiscono mai, perché qualcos’altro può sempre accadere, basta immaginarlo. I videogiochi, invece, sono il frutto di calcoli esatti, algoritmi da cui non si può sfuggire. Si giocano tra due avversari e terminano sempre con la sopraffazione di un giocatore sull’altro. Le vittorie spicce e le sconfitte innocue che offrono fingono di alleviare il terrore della morte, ma in realtà te lo fanno vivere da capo ogni volta. Perché quando il videogioco finisce, non c’è nient’altro che può accadere.

C’è da intravedere in questa perdita dialettica a vantaggio della competizione standardizzata l’omologazione preconizzata ed esecrata da Pasolini?
Non c’è dubbio: quanto più gli individui si assomigliano, tanto più la competizione diventa violenta.

È l’omologazione quella che oggi porta a gridare disperatamente la propria individualità assieme al bisogno di essere compresi come fa Antonio?
Oggi viviamo in un’epoca di sovradosaggio di identità. Di overdose di classificazioni. Ogni individuo porta addosso un’etichetta sociale che ha difficoltà a riconoscere; un profilo economico imposto dalla burocrazia, dalle complesse leggi dello Stato e del mercato, troppo articolate per essere decifrate dal singolo; un imprinting culturale che riflette sostanzialmente la propria capacità di consumo. Un catalogo di maschere. In questo stato di cose, è diventato molto difficile guardarsi allo specchio. Non siamo più in grado di distinguere la persona che crediamo di essere da quella che sappiamo di dover interpretare. Il più delle volte ci accontentiamo delle apparenze, consolati dal fatto che non si discostano troppo dalle mode del momento. Al punto da reprimere quegli istinti che ci porterebbero fuori dal tracciato, per paura di essere emarginati. Ma è anche difficile tenersi tutto dentro. È per questo che ricorriamo tanto facilmente ai nuovi mezzi di comunicazione: abbiamo bisogno di sfogarci. I social ci forniscono un travestimento che abbiamo l’illusione di scegliere, e al quale ci aggrappiamo con le unghie e con i denti. A un’identità fluida sovrapponiamo un alter ego rigido e intransigente. Il bisogno di un così sofisticato dispositivo di controllo sottintende che dentro di noi si annida una creatura mostruosa capace di compromettere la tenuta sociale, che bisogna tenere a bada con ogni mezzo possibile. Tutto questo è profondamente razzista. È un modo frettoloso e spietato di farci credere che siamo predestinati razzisticamente a essere mostruosi, e che l’unica soluzione è travestirci da normali, consumando. Da qui: l’ansiosa volontà di uniformarsi. Ma soprattutto: la paura del proprio sé – di quell’uomo, nudo e inerme, che ti guarda a viso scoperto, dentro lo specchio, e ha il potere di mandare in subbuglio tutto quanto. È la paura di sé stessi che genera paura dell’altro e odio verso coloro che ci somigliano. Ciò che si dovrebbe tentare di fare è esorcizzare queste paure. Avvicinarsi all’altro. Provare compassione per lui. Provare a capirlo.

La lettera di Antonio sembra essere anche una lettera indiretta al padre. Senza pietismi e recriminazioni finisce per onorarlo: semplicemente raccontando le cose come stanno…
Onorare il padre e riconoscergli dignità in quanto essere umano è l’unico modo per rivendicare la propria. Ma è diventato molto difficile farlo, nel mondo contemporaneo, che i padri li ha rinnegati tutti. Pensi a quella ragazzina svedese, diventata a sedici anni l’idolo degli ecologisti. E pensi a suo padre. Chi dei due doveva promettere all’altro un mondo migliore? Il padre, naturalmente. Ma la figlia l’ha spodestato. Non è una bambina diventata precocemente adulta, pronta a prendersi le sue responsabilità. È un adulto tornato improvvisamente bambino, per liberarsi dalle sue colpe. Per liberare tutti noi dalle nostre colpe. E regalarci la sua verginità. La società ci nutre, ci veste, ci istruisce, detta il nostro stile di vita, stabilisce un’etichetta che siamo chiamati a rispettare, ed entro certi limiti ci accorda protezione, sussistenza, dignità. Questo, naturalmente, getta gli individui in una condizione infantile. Difatti, ogni volta che nasce l’urgenza di opporsi per cambiare le cose, per ristabilire giustizia ed equità all’interno della società malata in cui viviamo, tendiamo a fare come quella ragazzina svedese: ci lamentiamo della nostra impotenza, puntiamo il dito su qualcun altro e gridiamo a tutti la nostra indignazione. Ma l’indignazione non muove una pietra in questo mondo. È solo un’altra forma di vanità, di infantilismo. “Io sono migliore di voi, merito un mondo migliore di quello che mi avete lasciato”. Ma non è così che si diventa adulti. Diventare adulti significa accettare i propri sbagli, le proprie contraddizioni, cominciando col farsi carico di quelle dei nostri padri, invece di giudicarli inferiori. Basterebbe avere un concetto più nobile della natura umana, per prevalere sul nichilismo di quest’epoca.

Antonio sembra cercare giustificazioni quando in realtà offre spiegazioni. Se il suo bisogno è quello di “essere compreso” riesce nel suo intento perché l’analisi supera di gran lunga il bisogno di giustificare. È un successo personale?
Antonio è mosso dal bisogno disperato di sottrarsi a un’insopportabile narrazione che lo sta soffocando, fatta di parole vuote, ma anche di tragedie vere e proprie – che non ha ricadute solo sulla sua vita privata, familiare, ma coinvolge tutti, la sua generazione, quella di suo padre, quella dei suoi figli –, nella speranza di liberarsi dalla sua tirannia e riacquisire piena autonomia di percezione e di giudizio. La sua confessione è sia una resa che un atto d’accusa. Ma io non credo che cerchi giustificazioni. Una spiegazione, per lui, vale l’altra. Lo dice chiaramente: la verità non esiste. Quello che cerca davvero è un modo di salvarsi. Di salvare l’anima. Io, da scrittore, conosco solo un modo per salvarmi: scrivere. Per questo, alla fine del libro, prendo il posto di Antonio. Per liberare lui e salvare me.

Una curiosità sul Matteo Cerami regista. Il film Tutti al mare è un palese omaggio riattualizzato al film Casotto di Sergio Citti: quanto ti sei divertito?
Tutti al mare è stata un’avventura inattesa che mi ha regalato molte soddisfazioni. Stavo lavorando con mio padre su un copione tetro, morboso, lacerante, per un regista di film erotici molto esigente. Ci eravamo un po’ arenati. Non si andava da nessuna parte. Un giorno citofona Piccioli, lo storico produttore di Casotto, con l’idea di rifare un film con le stesse caratteristiche della pellicola di Citti: una commedia amara senza storia, né protagonisti, che raccontasse una giornata al mare oggi, a quarant’anni di distanza dall’originale. All’epoca Piccioli fece un piccolo miracolo. Riuscì a mettere su un cast da favola (Stoppa, Proietti, Tognazzi, Placido, Catherine Deneuve, Mariangela Melato e una giovane Jodie Foster fresca di Oscar per Taxi Driver), pagando tutti pochissimo e girando il film in poco tempo. Voleva riprovarci. Mio padre, che aveva scritto Casotto insieme a Sergio, in un primo tempo cercò di dissuaderlo. Negli anni il film di Citti è diventato un cult, ma quando uscì pubblico e critica lo ignorarono. Sarebbe stato un altro bagno di sangue. Io però mi schierai con Piccioli. Il film erotico, si era capito, era arrivato a un punto morto. Scrivere una commedia ci avrebbe tirato su il morale. Così, ci buttammo in questa nuova avventura. Una volta alla settimana, Piccioli telefonava per sapere a che punto eravamo, per farsi raccontare un po’ la storia, insomma. Io non sapevo che dirgli: non c’era nessuna storia da raccontare, erano questi i patti. Allora gli recitavo al telefono il copione, scena dopo scena. Facevo tutti i personaggi. Se rideva, li tenevamo. Se rimaneva zitto, li tagliavamo subito. Quando è arrivato il momento di decidere chi l’avrebbe girato, Piccioli mi ha detto: tu lo sai a memoria. Se te la senti, giralo tu. Abbiamo messo su un cast altrettanto favoloso e le riprese sono filate lisce come l’olio. (Questa volta la critica è stata molto più benigna, ma il bagno di sangue c’è stato comunque!)

Lo scrittore, soprattutto a partire dalla seconda metà del novecento, attraversa generi e forme comunicative: soggetti, sceneggiature, cinema, blog, teatro, tv, libri… dove ti senti più a casa?
Mio padre ha sempre lavorato su molti tavoli. Imparando da lui, collaborando con lui su diversi progetti, ho avuto la fortuna di cimentarmi con svariati linguaggi, scoprendo che ognuno ha le sue peculiarità, la sua potenza evocativa, che non tutte le storie si adattano a tutti i generi, che il compito di un narratore non è solo quello d’inventare trame, ma anche e soprattutto quello di portare il linguaggio che ha scelto ad esaurire tutta la sua espressività. Fino, talvolta, a tradirlo. Ma negli ultimi anni le cose sono molto cambiate. L’industria culturale è stata pian piano colonizzata dalle grandi multinazionali, dai monopoli televisivi, dal marketing. È nata la transmedialità. I diversi linguaggi sono diventati casse di risonanza. Le singole opere non evocano più il mondo reale ricorrendo al loro vocabolario specifico, semplicemente rimandano ad altri manufatti che fissano, su un altro supporto, le allusioni dei primi, che spesso sono spudoratamente promozionali. Oggi, tutto ciò che rende peculiari letteratura, cinema, teatro, tv, è visto come un ostacolo alla speculazione. L’importante è inventare una storia che possa emigrare di linguaggio in linguaggio per metterla il più possibile a frutto. Le nuove creazioni non sono più uniche, sono variazioni sul tema. Non esiste più materiale originale. In altre parole: non esiste più rapporto tra la realtà e il suo racconto. In questo stato di cose, personalmente, ho avuto molte difficoltà ad appassionarmi ai progetti che mano mano mi si presentavano sul tavolo. Il romanzo, che è la più anarchica delle forme di narrazione, è forse l’unico luogo dove mi sento davvero a casa.

Hai avuto paura ad esporti con un romanzo d’esordio? Se sì, la difesa dai tuoi timori è scritta nel libro?
La letteratura – la letteratura che piace a me – non offre alcun conforto. Non è curativa, non rabbonisce. Non concede nulla. Forse è così: mette molta paura. Del resto, delle piccole, fugaci verità che ci è permesso intuire riguardo al nostro essere al mondo, non ne conosco nessuna che non metta paura.

I LIBRI DI MATTEO CERAMI



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