Intervista a Luca Bianchini

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Luca Bianchini, autore di successo, opinionista spesso presente nei salotti tv e direttore artistico del Salento Book Festival, in questi giorni è stato impegnato nel mini-tour promozionale, proprio nelle città che in estate hanno ospitato l’ottava edizione della manifestazione letteraria. Lo abbiamo incontrato a Galatone, dove presentava il suo ultimo libro, e lui ha gentilmente risposto ad alcune domande.




Emma, la protagonista del tuo romanzo So che un giorno tornerai, è una ragazzina particolare: quando nasce sua madre vorrebbe chiamarla Giorgio perché ha pensato solo a nomi da maschio; quando cresce non le importa dei ragazzi, perché vuole essere uno di loro. L’ho trovato un modo particolare e delicato per parlare di identità di genere…
Il tema dell’identità di genere è centrale: Emma è un vero maschiaccio, se mi passi l’espressione è quasi una “lesbica mancata”, fa quello che fanno i suoi coetanei dell’altro sesso, gioca a calcio e prova addirittura a fare pipì in piedi! Ma perché? Perché le hanno sempre raccontato che se fosse nata maschio avrebbe avuto entrambi i genitori, e ha vissuto quindi oltre che con la privazione di una famiglia completa anche con la convinzione di essere nata sbagliata, di essere la causa di quella privazione. Più in generale col suo personaggio ho voluto sottolineare come spesso, in un certo senso, siano il contesto in cui viviamo, le persone che ci stanno attorno, e soprattutto la presenza-assenza dei genitori e il rapporto che con loro si instaura a influenzare la nostra crescita e il nostro sviluppo personale.

Hai raccontato Trieste, città di frontiera che ha “una scontrosa grazia” per dirla con Saba. Hai tenuto conto del modello dei grandi scrittori triestini? Ti sei documentato in prima persona?
È inevitabile il confronto con una tradizione letteraria così forte, non a caso apro il libro proprio con la lirica di Saba che hai citato. Però come faccio spesso ho voluto cogliere l’occasione per studiare, ho visitato Trieste che più che una città è una città-stato, ho trovato amici che mi hanno guidato in questa scoperta. Non solo, ho provato a mangiare i piatti tipici e a impararne un po’ il dialetto, ho approfondito non solo la conoscenza di Trieste ma anche della Trieste di quegli anni vedendo molti documentari, e ho scoperto per esempio la storia incredibile di questi personaggi di cui parlo, i “jeansinari”. È una città di confine, e mi sembrava perfetta.

Chi conosce la tua produzione sa che hai un legame affettivo particolare con la Puglia. Parlacene, e magari anticipaci se stai già lavorando alla prossima edizione del Salento Book Festival...
Anche qui in Puglia ho moltissimi amici ed è sempre un piacere tornare in questa terra meravigliosa. Posso dirti che come prima cosa non vedo l’ora di scrivere il terzo romanzo di Io che amo solo te, è la cosa che in questo momento mi sta più a cuore.

I LIBRI DI LUCA BIANCHINI



 

 

 

 
 
 
 
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