Intervista a Leila Marzocchi

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Conosco Leila Marzocchi durante il Lucca Comics & Games, subito dopo l’incontro con i lettori allo stand Coconino Press. Nell’Area Stampa ho la possibilità di fare due interessanti chiacchiere con una delle disegnatrici più originali nel panorama attuale italiano. Bolognese, classe 1959, Leila Marzocchi si occupa di fumetto e illustrazione dal 1985. Ha pubblicato i suoi disegni su quotidiani come “Il Manifesto”, “L’Unità”, “la Repubblica”, “Corriere della sera” e su riviste come “Zoom”, “Dolcevita”, “Comic Art”, “Left”, “Internazionale”, “Linus”. Nel 1990 ha fondato fonda con altri autori la rivista “Fuego”. Nel 1994 collabora con la rivista giapponese Morning per la produzione di manga, e con l'editrice Shogakukan per le illustrazioni di fiabe per bambini. Nel 1995 vince il Premio Kodansha Morning Manga Fellowship. Nel 2007 vince il premio “lo straniero”, nel 2017 il “Gran Guinigi”. La foto è una rielaborazione di Leila Marzocchi su foto di Emiliano Billai e Valentina Baldelli.




Dalla saga di Niger a Il mistero del ramo suicida come sono cambiati i tuoi animali? Sono in un certo senso cresciuti con te e il tuo modo di raccontare?
Sì, sicuramente. Tu hai citato come prima cosa Niger, in realtà il germe di tutta questa saga che, pur in declinazioni grafiche diverse, continua fin dal 2002, viene da L’Enigma. È stato il secondo libro che ho pubblicato con Coconino Press. Graficamente i personaggi sono cambiati tantissimo: L’Enigma aveva uno stile brut, duro sia nel segno che nei contenuti. Racconta la storia di un’Arpia con le ali spezzate confinata nel suo nido. Specchiandosi, non vede altro che le sue ossa rotte, quindi si butta dalla rupe alla sommità della quale è confinata, convinta che la caduta possa aggiustarle le ali. È un paradosso, e le traversie che l’Arpia subisce in questa ‘discesa’, che è anche una guarigione, sono abbastanza brutali. Ora i miei personaggi si sono addolciti. Per sintetizzare, da L’Enigma e dal suo segno duro e sgradevole, fino ad arrivare alle cose che faccio attualmente (su “Linus” e ne Il mistero del ramo suicida), gli animali che racconto hanno subito un processo non dico di addomesticamento, perché non mi piace questo termine, ma sicuramente un tentativo di andare incontro al lettore, con una gradevolezza un po’ più cute. Si sono ingentiliti, certo, nell’aspetto e nel segno grafico: dal chiaroscuro plastico di Niger fino al technicolor de Il mistero del ramo suicida, ma i contenuti non sono cambiati così tanto: l’oscurità del mondo psichico non è poi così lontana. Anche la coralità che ritroviamo in Niger era presente fin da L’Enigma, in cui compaiono personaggi che saranno comuni a più libri: il Compare, gli Strigidi, la Mano di Fatima, il Ragno delle Rovine di Ponente e la Lumaca Sonnambula. C’è già, quindi, un germe di comunità. La narrazione poi, da un libro all'altro, attraversa diverse coloriture emotivo/stilistiche. Ne L'Enigma c'è una situazione di blocco vitale, la natura non riesce a rigenerarsi. Taxus, la Radice, che in questo mondo arido vaga solitaria, non può attecchire da nessuna parte, perché la terra è cenere. Il bosco degli abeti incendiati è il teatro in cui tutti i personaggi si muovono nei libri che raccontano di questa piccola Saga: L'Enigma, Niger, Il diario del verme del pino, Il mistero del ramo suicida e le strisce su “Linus”. Allontanandosi dalle atmosfere sulfuree de L'Enigma, già in Niger la natura ha ripreso il suo ciclo vitale, e la Radice ha attecchito, diventando un possente albero di tasso. La Mano di Fatima, invece, custode arcigna e severa del corretto andamento delle cose, è sempre frustratissima, perché le anomalie e le eccezioni che lei vorrebbe arginare continuano a moltiplicarsi nell’Ordine Naturale di cui si sente garante.

Il bosco in cui vivono è anche un luogo dell’anima, una metafora?
Non vorrei parlare di metafore o di simboli, perché mi sembra tutto un po’ meccanico detto in questo modo, però il Bosco è sicuramente un luogo dell’anima. Questo si nota anche nella tecnica grafica, credo. In Niger comincio ogni tavola “costruendo” il mio supporto, con delle stesure di china su una carta particolare che ho trovato, perfetta per questa tecnica, dopodiché disegno sopra la stesura, che poi graffio con una lama. È come “entrare nel nero”, quasi un procedimento psichico in cui, nell’oscurità dell’inconscio, incontri delle presenze. Per esempio Giorgio Carpinteri, quando vide le prime tavole, mi disse che gli ricordavano un lago in cui scendere e incontrare dei pesciolini argentati, e in effetti è così, nel lavoro di immersione che faccio con la lama avverto una presenza, e poco a poco, quella prende luce. Lo studio preliminare c’è, ma è accennato: uso della carta carbone chiara e su essa traccio le linee. Effettivamente questa tecnica, che mi piace molto, impedisce la ripetizione. Quando si disegna, solitamente si fa prima il bozzetto, poi si precisa con la matita, poi si ricalca con la china. È un continuo ripassare sullo stesso soggetto. In questo modo invece ho un abbozzo su cui traccio un’idea, poi è tutto “alla prima”. Certo posso correggere con del nero, posso sbagliare, però è un lavoro in cui sono sempre sveglia e vigile. In cui sto sempre cercando qualcosa. Come fosse quasi uno scavo, devo scoprire ciò che trovo.

Quanto c’è di te nei tuoi personaggi? Come lavori per definirne la personalità: li costruisci a monte o li lasci andare e crescere da soli sulle tavole?
Sembra retorico dirlo, e a me non piace fare la retorica del disegnatore, però è vero che il personaggio a un certo punto prende vita e dice che cosa vuole fare. Anche per me è strano. Se dovessi identificarmi in un personaggio sceglierei la Lumaca Sonnambula. Quella sono proprio io, sempre un po’ latente, in una lontananza un po' letargica. È buffo, perché lei fa coppia con il Ragno: l’una è completamente onirica, l’altro è un po’ paranoico, molto ragionatore. Però alla fine è sempre la lumaca che sa predire cosa capiterà. Mi diverto molto a seguire le loro avventure.

In cosa cambia il tuo lavoro quando collabori con altri? Ti senti limitata o la cosa ti piace?
In genere le collaborazioni, compresi i limiti che naturalmente si possono trovare, mi piacciono tanto. Fra l’altro, molti anni fa ho lavorato per una ditta di prodotti per bambini creando illustrazioni per le confezioni dei prodotti, e anche degli oggetti, e posso dirti che avere un limite mi piace. Mi piace perché entro in colloquio con il risultato che devo ottenere. Certo, se obbiettano qualcosa dall’esterno del mio “colloquio interiore” mi arrabbio subito, ah ah, però mi piace avere una delimitazione, anche perché nel lavoro che faccio normalmente sono completamente libera perciò c’è una buona dialettica fra ciò che faccio liberamente e quello che faccio in collaborazione o per commissioni oppure avendo semplicemente un argomento dato.

Lucca Comics da anni ti dedica grande attenzione e ti ha anche premiata con il Gran Guinigi nel 2017. Che rapporto hai con questa manifestazione?
È davvero una manifestazione storica, io sono cresciuta con Lucca Comics. È sempre un po' “croce e delizia” perché ci si stanca moltissimo. Ma è bello incontrare quelli come te, che lavorano tutto l’anno chiusi in una stanzetta. Poi, quando l’anno scorso mi hanno assegnato il premio Gran Guinigi, sono stata davvero molto grata alla giuria perché Niger è un lavoro così bizzarro, di nicchia, particolare ed eccentrico per il quale di sicuro non mi aspettavo di ricevere premi. Devo dire che è stata una sorpresa gratificante! Un’altra cosa di cui sono grata a Lucca comics, è che mi ha insegnato a disegnare davanti alle persone nelle sessioni di dedicaces. All’inizio per me era difficilissimo farlo, era un po’ come fare la pipì in pubblico. Terribile, quasi una violenza: cercavo sempre di nascondermi dietro le mani o le braccia o i capelli, mentre vedevo gli altri autori che si mostravano tranquillamente. Io sono stata una figlia unica, quindi realmente una solitaria, perciò avere tanta gente intorno, stare in mezzo a questa baraonda era inizialmente faticoso e difficile. ma piano piano, anno dopo anno ce l’ho fatta. Ora sono più rilassata, mi lascio andare, e mi piace, sono contenta mentre mi guardano disegnare e non avrei mai pensato che potesse accadere, sicuramente non vent’anni fa, quando ho iniziato. Poi incontro le persone che hanno letto i miei fumetti, e là è come trovare delle lucine sulla stessa lunghezza d’onda: lo intuisco anche senza parlarne.

I FUMETTI DI LEILA MARZOCCHI



 

 

 

 
 
 
 
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