Intervista a Julianne Pachico

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Julianne Pachico è in Italia per presentare il suo romanzo di esordio. Il suo tour prevede anche alcuni incontri a Roma. Devo incontrarla durante uno di questi, ma un impegno improvviso mi blocca. Grazie alla cortesia dell’ufficio stampa di SUR la chiamo al telefono: inizia con lei una piacevole e lunga conversazione sul suo libro, la Colombia e il suo spiccato accento americano.




Prima di tutto, volevo chiederti della classificazione che ha ricevuto il tuo libro. In Italia, come negli Stati Uniti, è stato definito “romanzo”, in Inghilterra è una “raccolta di racconti”. Cos’è per te? Ti senti soddisfatta della sua forma finale?
All’inizio non ero certa di scrivere un romanzo o una raccolta di racconti. Per me era importante scrivere un libro che avesse la giusta forma per riuscire a rappresentare in modo autentico la società colombiana con tutte le sue divisioni, dovute a conflitti interni che vanno avanti da molto tempo. Sono molto contenta del risultato finale, che rispecchia esattamente quello che volevo. Certo, credo che la prossima volta cercherò di avere le idee chiare sin dal primo momento per evitare tutti quei ripensamenti e quei cambi di rotta che mi hanno portato anche a perdere molto tempo. Avere un piano sicuramente può essere utile.

Alla fine del libro, balena una domanda: chi sono i più fortunati? Perché a ben guardare nessuno sembra esserlo fino in fondo…
Leggendo il mio libro, molti hanno associato la fortuna al gruppo di ragazzine che frequentano scuole private per persone ricche e privilegiate. Ritengo però che la fortuna sia molto soggettiva e ho cercato di dimostrarlo nelle varie storie raccontate. Per la cameriera di una delle ragazze, fortuna è avere quel lavoro e poter guadagnarsi da vivere. Per il professore, invece, fortuna è essere vivo dopo un rapimento, a differenza di molti suoi amici o conoscenti che tale privilegio non l’hanno avuto. In molti paesi, come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna si è fortunati quando si sta bene, si ha i soldi. Credo che sarebbe importante comprendere che esiste un’altra faccia della medaglia e che il nostro benessere è spesso casuale, fortuito.

Questo romanzo narra un mondo fatto di narcotraffico, prigioni, guerriglia. Era un modo per scrivere un atto di accusa e mostrare la realtà colombiana in tutte le sue più tristi sfaccettature?
Il libro è dedicato e incentrato sulla Colombia, dove ho vissuto per diciotto anni – i miei genitori ci sono stati per quarant’anni e mia sorella ancora vive lì, quindi, almeno una volta l’anno torno in quel paese. Ho frequentato una scuola americana per quindici anni. Il potere della letteratura è quello di rendere qualcosa di specifico generico. I temi trattati, le emozioni descritte non riguardano solo la Colombia, ma il mondo intero. Dobbiamo capire una volta per tutte che se non iniziamo ad affrontare alcuni problemi, come quello del riscaldamento globale, non riusciremo a superare la difficile situazione in cui ci troviamo.

Il personaggio del Professore è uno dei più belli del libro. Un uomo che in prigionia decide di parlare con gli oggetti per non impazzire e che riesce a far uscire fuori il lato umano delle sue guardie. Nella creazione di questo personaggio era più importante per lei parlare del tentativo di rimanere mentalmente sani in una situazione estrema o della compassione che può nascere anche in coloro che tengono in ostaggio?
Bella domanda! Prima di iniziare a scrivere il romanzo mi sono molto documentata. Ho letto libri, interviste, reportage di persone che erano state prese in ostaggio non solo in Colombia, ma anche in Afghanistan, in Libano o in altre zone di guerra. Tutte queste persone avevano una cosa in comune: per fuggire dalla situazione in cui si trovavano, si affidavano alla loro immaginazione. Un modo per far sopravvivere il proprio cervello. Per me come scrittrice è affascinante il tema dell’immaginazione e di come l’essere umano si confronti con la realtà in cui vive per sopravvivere. Non a caso il professore cita Amleto di Shakespeare, un personaggio di cui non sappiamo se la pazzia è reale o finta. Il rapporto tra follia e creatività è uno dei temi letterari più famosi. Sono contenta che tu abbia notato la compassione delle guardie perché temevo non emergesse nel romanzo. I ragazzi vengono reclutati molto giovani per imparare a far parte della guerriglia e anche in questo, le guardie che sono con il professore hanno la stessa età dei suoi studenti.

Che cosa significa la Colombia per te?
Per me la Colombia significa molte cose. Rappresenta casa senza esserlo. In realtà, non ho né passaporto né geni (la mia famiglia viene da altre zone come la Gran Bretagna o le coste portoghesi). È uno strano sentimento: ti senti parte di qualcosa senza esserne realmente parte. Come scrittrice è utile, perché ti abitua a “guardare dentro da fuori”, a considerare le cose con un occhio estraneo. La Colombia per me significa nostalgia, malinconia, quella saudade portoghese che è difficile da tradurre, perché è la mancanza di qualcosa che ancora non sei riuscito a definire. E’ significativo che durante i Mondiali di Calcio io abbia tifato per la nazionale colombiana con tutta me stessa, cosa che faceva sorridere il mio fidanzato (britannico)… in effetti, avrei dovuto tifare Inghilterra ma istintivamente il mio tifo andava alla Colombia.

La ricchezza delle ragazzine colombiane si riflette sulla povertà di molte persone che le circondano. Questa realtà è, dal suo punto di vista, prerogativa della Colombia o del mondo in generale?
Nella nostra società esiste una differenza evidente tra poveri e ricchi, con i ricchi che spesso lo diventano a spese di altre persone. Non a caso il presidente degli Stati Uniti è un uomo dalla grande ricchezza, le cui politiche non fanno altro che aumentare il divario tra le persone. Nel mondo non ci si pone i problemi degli altri. Stiamo bene, viviamo nell’agiatezza, allora, smettiamo di preoccuparci per gli altri che hanno bisogno. Molti scelgono semplicemente di ignorare ciò che va male.

Una domanda un po’ faceta: sei cittadina britannica. Come mai però hai questo forte accento americano?
Ah ah! Fino all’età di cinque anni avevo un accento britannico. Poi ho frequentato una scuola americana, con insegnanti americani e dove gli altri alunni mi prendevano in giro per il mio accento. Piano, piano mi sono adeguata all’accento degli altri. Mia madre spesso mi dice cose come “ti ricordi che bello quando ancora parlavi con un accento britannico?” o “chissà se un giorno ritornerà l’accento che avevi’”. La Colombia, forse anche per la vicinanza geografica ha sempre avuto un fascino per l’America. Tutti ascoltavano Michael Jackson, vedevano Friends in televisione. Forse l’ossessione per il mondo americano nasceva da un atto di ribellione verso la nostra società.

I LIBRI DI JULIANNE PACHICO



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