Intervista a Jhumpa Lahiri

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Incontro Jhumpa Lahiri alla fine di una giornata (la sua) piena di interviste, durante i giorni del Festivaletteratura di Mantova, edizione 2018. Mi trovo di fronte una donna bellissima, ieratica e provo una certa soggezione, che però scompare durante l’intervista, nella quale, nonostante abbia passato ore a parlare e a spiegare, la scrittrice si dimostra collaborativa.




La prima domanda che ti voglio porre nasce dal fatto che stiamo parlando in italiano, ma tu sei americana di origini bengalesi. Quando e perché nasce questa passione per la nostra lingua?
È una cosa che ho già un po’ descritto e approfondito nel mio penultimo libro In altre parole, il mio primo libro in italiano. Lì descrivo un po’ il percorso linguistico e la storia che nasce come amore ma poi diventa più un’esigenza, un percorso creativo anche filosofico tramite una nuova lingua. Nel libro si capisce più o meno la storia. Cercavo un altro strumento, così come un musicista potrebbe decidere un giorno di suonare il pianoforte anziché, che so, il violoncello, per sperimentare un altro tipo di espressione. La lingua è per me un nuovo punto di vista.

Ti senti un’esiliata (per scelta personale) o un’espatriata? Leggendo la tua biografia mi è venuto in mente Henry James, che aveva scelto di viaggiare per l’Europa perché pensava che questa condizione, anzi solo questa condizione, potesse rafforzare la sua arte...
Ma solo fino a un certo punto. James non ha mai abbandonato la sua lingua, fare quel salto è un’altra esperienza totalmente. Tantissimi scrittori, artisti, sentono il bisogno di spostarsi, di trovare un nuovo ambiente, di viaggiare, di avere un nuovo appiglio, una nuova prospettiva. Tantissimi scrittori sono venuti in Italia, tantissimi italiani sono andati via, hanno imparato nuove lingue, hanno scritto anche in altre lingue; questa è una realtà abbastanza comune, perché l’artista cerca sempre di vedere le cose nuovamente, però ovviamente non è necessario, ci sono tantissime persone che fanno cose grandissime senza fare neanche un trasloco. Quello che ho fatto io è un passo in più, un gesto che mi rende più vulnerabile: una cosa è viaggiare, una cosa è abitare in un altro Paese. Se tu scrittore abbandoni la lingua della tua formazione diventa un’altra cosa.

Parliamo del tuo libro La moglie. Sappiamo che la condizione femminile in India è molto difficile. Che tipo di donna è Gori? E come si inserisce nella società indiana?
È tanto che non penso a lei. È una donna che ha subito un trauma, che ha perso il marito in maniera straziante, ne resta ferita e poi però va avanti, ed è una donna intelligente, forse fin troppo, che fa una sua strada problematica. Dopo aver scritto il libro ho conosciuto una serie di persone che mi hanno detto di aver subito un abbandono materno, quindi è una cosa che succede nella vita, volevo un po’ capire i motivi per cui una donna potrebbe anche fare una scelta del genere. La letteratura come la vita è piena di uomini che lasciano la famiglia, che vanno via. Quando però una donna fa un passo del genere, tutti dicono: “Ma non è normale!” e questo è già un problema, secondo me.

In un’intervista a Rai Letteratura, parlando proprio di Gori tu dici “da scrittrice non posso giudicarla”: quindi ti chiedo, come ti poni nei confronti dei tuoi personaggi? E che tipo di narrazione è la tua?
Io voglio soltanto capirli fino in fondo, questo è il mio progetto. Non li posso giudicare perché sono le mie creazioni. In generale io non voglio giudicare nessuno, cerco di capire il motivo per il quale una persona fa anche delle cose palesemente sbagliate, scorrette. Non giudico, perché è troppo facile giudicare.

I primi capitoli di Dove mi trovo, il tuo ultimo libro, hanno una dimensione autobiografica, anche magari solo sfumata, o si tratta di personaggi e fatti totalmente inventati?
Si tratta di un romanzo, non di raccontio come potrebbe sembrare a prima vista. Quindi la figura femminile è una sola ed è lei che compare in ogni capitolo, in un anno della sua vita. Non è un libro autobiografico in senso stretto, però è ispirato dalla mia conoscenza di Roma, la città dove abito.

Come ti trovi in Italia? Com’è vivere in un Paese straniero?
L’Italia per me non è più un paese straniero, è diventato casa. Detto questo, mi sento anche straniera, lo sono, ma mi sento così dovunque io vada, anche in America, in India. Non ho nessuna patria specifica, questa è la mia realtà.

I LIBRI DI JHUMPA LAHIRI



 

 

 

 
 
 
 
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