Intervista a Giuseppe Di Piazza

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Audace già nel 1979, quando ancora aspirante praticante, collaborava con “l’Ora” di Palermo, il giornale antimafia per eccellenza in un momento storico in cui tutti i giorni si contavano i morti ammazzati per mano di Cosa Nostra. La stessa audacia che gli ha permesso, negli anni, di essere annoverato tra i più apprezzati giornalisti di nera. È questo Giuseppe Di Piazza, che nel 1985 dà alla luce “Reporter” con Enrico Deaglio, nel 1986 passa a “Il Messaggero” scalando la vetta, sino a diventare caporedattore centrale. E poi ancora il passaggio a Rizzoli e poi a “Max”, sino alla direzione del magazine “Sette” e ad essere dal 2012 stabilmente al “Corriere della Sera”. Insegna Giornalismo allo IULM ed è il papà di Leo Salinas, il “biondino” cronista di nera protagonista dei suoi romanzi noir. Lo raggiungo telefonicamente per un’intervista che mi concede volentieri, mostrando tutta la sua disponibilità e simpatia.




Da cronista di nera a scrittore di nera: come e perché questo passaggio?
Non c’è stato un effettivo passaggio, perché la distanza che c’è tra fare il giornalista, di nera di bianca, di qualunque cosa e lo scrivere romanzi, è enorme. Il giornalista ha l’obbligo di descrivere in maniera, il più possibile fedele e onesta, la realtà. Chi scrive romanzi, ha, invece, la libertà favolosa di poter inventare quello che gli pare. Io ho iniziato a scrivere narrativa circa dieci anni fa, quindi dopo una trentina d’anni di mestiere, mi sono preso questa vacanza, questa libertà totale, dicendomi “allora invento, allora creo”. Ammetto di fare anche dei pasticci tra realtà e immaginazione, tra fantasia e storie che mi hanno raccontato, ma è tutto quello che da giornalista non potrei mai fare, visto l’obbligo deontologico di descrivere la realtà in maniera fedele e onesta. L’essere scrittore mi conferisce una libertà totale, che per me giornalista è quasi un’ebbrezza.

Cosa significa oggi essere giornalista d’inchiesta?
Lo spirito del giornalismo d’inchiesta non è mai cambiato, da quando si è iniziato a fare giornalismo in maniera seria, nulla è stato modificato. Alla base c’era e c’è la necessità di scoprire le cose. Adesso ci sono molti più sistemi per fare inchiesta, come dimostrano le indagini moderne, tipo quelle sulla Russia, su Salvini o quelle sul giudice Palamara. Non mancano microfoni nei telefonini, esiste il web e si lasciano tracce nella realtà molto più grandi di quando io ho iniziato a fare questo mestiere. All’epoca ci si doveva basare sui documenti e sulle testimonianze: in questo periodo storico, invece, ci sono un sacco di tracce multimediali che lasciamo, a partire dai social, tipo Twitter o Facebook. Ormai di ognuno di noi si può sapere moltissimo, quindi io penso che adesso sia un lavoro decisamente più agevolato, nonostante l’enorme foresta di informazioni in cui muoversi. Sono tanti i sistemi che si possono usare per fare giornalismo d’inchiesta in quest’epoca moderna.

Mi parli di Leo Salinas?
Di Leo Salinas potrei dire che è il mio alter ego, sono io da giovane, ma poi mi accorgo che è quello che io avrei voluto essere da giovane. Io ho fatto il giovane cronista di nera, biondino, come scrivo nei romanzi, a Palermo allora, collaboravo con un giornale leggendario, che era il fronte antimafia vero della città. Leo Salinas, nei miei libri, fa tutto quello che ho fatto io, ma molto meglio. Posso quindi affermare che Salinas è una mia versione migliorata, molto più divertente.

Quindi a Leo Salinas hai dato tanto di te: quanto invece prendi dai tuoi personaggi?
Io in realtà prendo da tutti. Scrivo romanzi, che poi sono romanzi un po’ corali, perché ci sono tanti personaggi intorno al protagonista e non solo: c’è il mondo del giornale, poi c’è l’aristocrazia e la città, c’è questa casa dove vive un gruppo di ragazzi intorno a Leo. In questi libri io metto dentro tutta quella che è stata l’esperienza della mia vita, quella dei miei amici, quella delle persone che mi hanno raccontato cose, riesco veramente a creare un enorme strepitoso piccolo cocktail. Consegno un cocktail con tantissimi ingredienti, che è in parte nero, in parte rosa. I colori del Palermo sono rosa e nero per esempio e questo cocktail un po’ rosa un po’ nero, è qualcosa a cui tengo, perché tengo a questo piccolo gruppo di giovani amici che descrivo, amici degli anni ’80. Mi piace scrivere di quello che eravamo noi e di quello che avremmo voluto essere.

Come nasce il tuo Il movente della vittima?
La nascita della storia è innanzitutto un omaggio a quella che a me sembrava una leggenda: tutto inizia con un racconto di mio padre, di cui parlo anche nei ringraziamenti. Tantissimi anni fa, quando ero ragazzino, mio padre, appunto, mi parlava di un grandissimo albergo palermitano, legato a tante storie, dove si facevano cene, frequentato dagli americani di Cosa Nostra, dove sembra che abbia vissuto per più di vent’anni un determinato personaggio. Nel corso degli anni ho scoperto che una buona parte di questo racconto ha un fondo di verità. Ho studiato e approfondito e storie nei dettagli, con la promessa di scrivere un libro, ispirandomi a questo luogo. È un posto questo, che ha già influenzato la penna di altri scrittori: esistono, infatti, diversi romanzi ambientati in questo albergo, tra cui quello di un autore francese che può essere definito un piccolo romanzo d’inchiesta. Si possono citare anche i racconti di Stefano Malatesta ambientati in questo luogo ed esistono scritti relativi a questo che sembrano descrivere una sorta di reclusione in albergo. Per me, in realtà, a differenza di altri, ha costituito solo lo spunto letterario per un noir palermitano che ha le sue radici non in quell’albergo, ma in tutto ciò che era la città negli anni ’60. La stessa città che aveva Ciancimino sindaco, che stava distruggendo l’urbanistica di Palermo a vantaggio della mafia. Ho, quindi, utilizzato il tutto per costruire un romanzo di vendette antiche, che per me servono sempre a raccontare cosa eravamo noi, noi palermitani.

Quali caratteristiche secondo te, fanno di un libro un buon noir?
Sinceramente non ti so rispondere, perché io mi sono sempre regolato, da lettore, seguendo un principio: questo libro mi emoziona, mi tiene sulle pagine, mi costringe a finirlo in qualche modo, ad andare fino in fondo alla massima velocità? Allora sì che è un buon libro. Non riesco a dare delle definizioni più letterarie. Io mi comporto, sia nello scrivere che nel leggere, allo stesso modo. Provo a scrivere delle cose che mi piacerebbe leggere e leggo tutto ciò che mi piace, tranne le cose imposte dal dovere. Il gusto e il piacere della lettura sono la mia guida, sempre. I noir, che ormai appartengono a un genere abbastanza grande e molto importante, per quel che mi riguarda, rispondono alle stesse regole. Se un romanzo mi tiene legato alle pagine, è un buon romanzo; un libro che invece non mi emoziona, mi fa faticare, mi innervosisce, in cui noto buchi nella scrittura o nella sceneggiatura, non è un buon romanzo. Questo mio metro di valutazione, è valido indipendentemente dal genere, perché mi ritengo un lettore semplice, come tutti noi o almeno spero. Del resto non si dovrebbe forse nemmeno parlare di genere letterario: per esempio Camilleri, che è stato il più grande scrittore della seconda parte del ‘900, come si potrebbe definire? Un giallista? Sarebbe molto riduttivo. A tal proposito mi piace citare un romanzo, che poi ha avuto un gran successo in America, che è scritto da un grande autore americano, Andrew Sean Greer, il cui titolo è Le storie di un matrimonio. È la storia d’amore di una coppia e del loro matrimonio: la cosa incredibile di questo romanzo, è che ogni trenta pagine circa, ci si imbatte in un colpo di scena così importante e inaspettato dentro una storia d’amore, tanto da rendere il libro molto meglio di un thriller. Che importanza ha, quindi, il genere a cui appartiene questo romanzo? È un libro che ti incatena alle pagine che non si riesce più a mollare. È una storia d’amore, ma raccontata con estrema eleganza, del resto Sean Greer è uno scrittore meraviglioso. Cos’è il genere letterario? Secondo una vecchia battuta, con cui concordo pienamente, in letteratura esistono due soli generi: i libri scritti bene e quelli scritti male. Lewis Carroll scriveva libri per bambini: ma cos’è Alice nel Paese delle meraviglie, se non un grandissimo romanzo? E questo indipendentemente dal genere e per chi è stato scritto.

Qualcosa in cantiere?
Sinceramente sì, ma non posso fare alcuna rivelazione. Sto lavorando al nuovo romanzo, sempre della serie di Leo Salinas, questo lo posso dire. L’ultimo mio lavoro, Il movente della vittima, è uscito a circa un anno e mezzo dal primo, ma entrambi hanno richiesto una lavorazione abbastanza importante: il primo ho iniziato a scriverlo nel 2013 ed uscito nel 2018, il secondo l’ho incominciato nel 2014 ed è uscito nel 2019. Sono stati lavori importanti e l’ultimo ha un congegno un po’ complicato che si muove su due tempi. C’è il dialogo tra l’avvocato e il giovane assassino, che ha un tempo, quindi è tutto a flashback e poi c’è lo sviluppo contemporaneo della storia. Da un punto di vista strutturale sono complessi; comunque adesso sto lavorando al nuovo, spero di non metterci tanto tempo, del resto io svolgo anche l’altro lavoro, per cui riesco a scrivere quando ho tempo e soprattutto quando riesco a rubarmi del tempo.

I LIBRI DI GIUSEPPE DI PIAZZA



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