Intervista a Giuseppe Antonelli

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Giuseppe Antonelli è stato a Mantova lo scorso settembre ospite del Festivaletteratura, per presentare il suo progetto per un museo della lingua italiana, che per ora è solo un libro. Molti conoscono Antonelli per essere “il prof” che spiega l’etimologia delle parole nella trasmissione di Rai 3 Kilimangiaro, o per le sue apparizioni al programma Quante storie, ma in realtà è un linguista di grande spessore, molto appassionato e molto socievole (non che i linguisti debbano essere necessariamente burberi parrucconi). Mangialibri ha approfittato della sua presenza al Festival per porgergli qualche domanda.




Prima di tutto, l’ultimo bollettino medico della lingua italiana cosa dice?
Io direi un buono se non un ottimo stato di salute nel senso che non solo è ormai parlata da tutti gli italiani e le italiane (quello succedeva già negli ultimi decenni del secolo scorso), ma anche scritta quotidianamente da tutti gli italiani e le italiane, questo proprio grazie alla tanto vituperata telematica. Sul come è parlata e su come è scritta certo probabilmente c’è ancora molto margine di miglioramento. L’ultima considerazione è proprio per la scrittura perché probabilmente questa fase chiamiamola digitale in cui tutti siamo tornati a scrivere sta già tramontando; vedo che i giovani mandano molti meno messaggi scritti e molti più messaggi vocali e quindi può darsi che torneremo invece a una comunicazione prevalentemente parlata. E allora quello che io chiamo l’@ttaliano, quello con la e di e-mail, diventerà magari un italiano parlato più che scritto e soprattutto sarà l’italiano parlato da noi quando interagiamo con le macchine. Uno dei divertimenti principali di mia figlia, che ha 9 anni, è quello di dialogare con Siri e metterla in difficoltà, perché in effetti Siri ancora deve essere un po’ perfezionata.

In due parole (o poco più), ci spieghi in cosa consiste il tuo progetto del Museo della Lingua Italiana? Ho letto il tuo libro e ho visto che è già tutto progettato…
Proprio tutto no, nel senso che quello è di fatto uno scheletro di un museo della lingua italiana, è una storia della lingua italiana in 60 oggetti che se ci pensi è ben poca cosa per un grande museo che è quello che si meriterebbe la lingua italiana per ragioni di prestigio, di cultura e di indubbio merito. Il progetto è nato in realtà come idea tanti anni fa: nel 2003 ebbi la fortuna di collaborare con Luca Serianni a una grande mostra nel museo degli Uffizi a Firenze sulla storia della lingua italiana e il senso, la sensazione un po’ di sconcerto quando quella mostra, che come tutte le mostre era temporanea, fu smontata è stato quello di aver fatto un gran lavoro che però non rimaneva a disposizione degli italiani e delle italiane e dei turisti e quindi riprendo l’idea di organizzarla in una maniera diversa e di fare che questo museo della lingua italiana possa diventare non solo un libro ma appunto un palazzo, una struttura architettonica o forse anche un museo diffuso in varie parti d’Italia. Insomma si tratta di offrire una possibilità alle persone di conoscere la lingua italiana, che può essere la lingua che parlano abitualmente ma può essere anche un’esperienza che molti stranieri vorrebbero fare, quelli cioè che amano la musica italiana, la cucina italiana e attraverso queste cose conoscono la nostra lingua, e cioè tutto quello che c’è alle spalle proprio per capire che la lingua e in continua evoluzione, è viva. Non è un museo per imbalsamarla ma un museo per restituirne l’energia e il dinamismo.

Credo sia stato Bartezzaghi, un anno o due fa, a scrivere su “Robinson” che nelle università si è dovuti ricorrere ad una semplificazione delle consegne degli esami scritti perché la maggioranza degli studenti non ne afferrava il senso. Ma stiamo diventando asini? Come si spiega un analfabetismo funzionale di questo genere?
Sì adesso, a parte Bartezzaghi, sono usciti anche gli ultimi dati delle prove Invalsi nelle scuole e ci sono altre indagini internazionali che ci dicono che in effetti gli italiani hanno una certa difficoltà con la lingua scritta, una certa difficoltà anche nella comprensione del testo e nella produzione a maggior ragione di testi che abbiano una certa complessità. Io credo che quello che non dobbiamo fare è rimpiangere un passato ideale. Non c’è mai stato un momento in cui tutti parlavano e scrivevano bene, pensiamo al fatto che l’università ma anche, se torniamo un po’ indietro nel tempo, la scuola è stata riservata a pochi quindi è chiaro che un’università allargata a molte più persone fa si che non sia più una élite quella che si confronta con lo studio. In generale dobbiamo tener conto che un allargamento della base chiaramente implica un differente atteggiamento; era in fondo quello che diceva don Milani, non dobbiamo pensare che tutti partano dalla stessa base culturale. Oggi l’italiano lo sanno tutti quanti ma scriverlo è più complicato, io credo che questo dipenda molto anche dalla semplificazione delle forme scritte che noi usiamo. Dicevo prima che quasi tutti gli italiani e le italiane usano quotidianamente l’italiano scritto, ma in maniera frammentaria, sono pezzetti di testo, e quindi quello a cui ci stiamo disabituando è proprio la struttura testuale più complessa. Questo lo dico anche per ribadire che chiaramente l’ortografia è importantissima ed è molto grave, addirittura squalificante per una persona che incappa in quelle gaffe: pensiamo a quelle che ogni tanto fanno i politici, ma l’aspetto più rilevante per una giusta dimestichezza con la lingua scritta è proprio la struttura del testo, gli elementi che riguardano la coesione e la coerenza testuale quindi il modo in cui gli argomenti sono concatenati sia sul piano logico sia sul piano sintattico e credo che su questi aspetti la scuola dovrebbe forse insistere maggiormente fin dai primi anni.

Sarebbe interessante per i nostri lettori un esempio pratico del lavoro del linguista e di come nasca una parola, più che altro come, nel caso reale che ti propongo, un termine straniero entri nel nostro lessico e nel vocabolario. Nel corso della lettura di un romanzo per una recensione, mi è capitato un tipico caso da editor, diciamo: una bimba di 8 anni, della Val Tidone, figlia del ras del paese, tra il 1941 e il 42, risponde “Okay” alla proposta di un amichetto. Mi sono chiesta: possibile? Mi sono detta no, per la sua biografia e per il lavoro di italianizzazione fatto dal fascismo. Tu cosa rispondi?
Non credo che in effetti questo possa essere verosimile, ma teniamo conto anche di tante cose. Manzoni quando passa alla seconda edizione del suo romanzo dopo aver sciacquato i famosi panni in Arno come fa parlare questi due contadinotti di quel ramo del lago di Como in un romanzo ambientato nel Seicento? Li fa parlare come parlavano invece i borghesi colti fiorentini dell’Ottocento. Per cui è anche vero che la ricostruzione, la fedeltà linguistica non sempre, e ho fatto volutamente un esempio estremo, sono state osservate come elementi di realismo. Detto questo la moda delle parole inglesi si diffonde comunque dopo l’epoca di quel romanzo lì perché a quell’epoca le parole straniere più frequenti erano quelle francesi, siamo ancora in una situazione in cui la lingua dominante nella cultura europea è il francese; è solo dopo la Seconda guerra mondiale con la ristrutturazione degli equilibri geopolitici che l’inglese degli Stati Uniti in particolare diventa la lingua di moda e la più pervasiva quindi direi che okay è quasi impossibile che lo dicesse una bambina a quell’epoca. La fedeltà linguistica è qualcosa che è vera fino a un certo punto. Pensiamo a certe sceneggiature di fiction storiche in televisione o a volte anche di film, di doppiaggi in cui chiaramente si tende ad utilizzare un italiano più vicino a quello della contemporaneità per evitare non solo le difficoltà di comprensione ma forse anche un effetto troppo straniante, è infatti raro vedere per esempio delle sceneggiature radicalmente rispettose dell’antichità dell’ambientazione.

Ma un termine straniero che viaggio fa? Per esempio, entra prima nel lessico quotidiano e poi nel dizionario? O è un percorso contemporaneo?
Un tempo era molto lungo il percorso che una parola straniera faceva per arrivare nella nostra lingua. Oggi è tutto molto più rapido, molto più breve. È difficile dire quando queste parole vengono veramente accettate. I dizionari sono piuttosto prudenti nell’accettare questi termini e secondo me fanno bene. Concluderei con una nota di ottimismo. Oggi abbiamo la sensazione forse di essere invasi dalle parole inglesi però è un po’ come una temperatura percepita, un po’ se preferisci un’illusione ottica perché poi molte di queste parole che sono alla moda oggi scompaiono dall’uso. Per questo quelle che rimangono non sono tantissime. E ripeto, per questo i dizionari fanno bene a essere prudenti. La presenza di parole inglesi nei dizionari come lo Zingarelli e il Devoto Oli, questi dizionari cioè che si aggiornano ancora, è intorno al 3% che è ben lontana direi dall’essere un itandese o un ingladiano.

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