Intervista a Giovanni Belfiori

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Giovanni Belfiori è nato a Fano nel 1966. Giornalista professionista, è dipendente della direzione nazionale di un partito politico. Ideatore e direttore di Passaggi Festival, cura il blog di cucina Mangiobevo.it e ha scritto, tra le altre cose, con il fratello Francesco un romanzo poliziesco con protagonista il commissario Livio Bacci. Lo abbiamo incontrato in occasione di Passaggi Festival 2019.




Nel 2013 la prima edizione del Festival, in una stanza che conteneva 250 persone. In neanche sette anni, Passaggi è arrivato a occupare tutta la città, quest’anno sperimentando la formula delle quattro location. Ci racconti la tua visione degli inizi? Era questo che immaginavi?
Sì, e dichiarai subito - senza un soldo e senza neanche un euro di contributo del Comune di Fano - che Passaggi Festival puntava a diventare il più grande festival dedicato al libro in Italia. Poteva sembrare allora, e può sembrare adesso, una mancanza di umiltà, un eccesso di hýbris; in realtà, volevo affermare, già dalla prima edizione, che Passaggi vuole attecchire su solide radici e, piano piano, crescere. La visione dalla quale sono partito è molto semplice: portare il libro nelle mani di chi non legge, di chi frequenta poco o nulla le librerie. Le racconto un episodio vero: una ragazza chiede alla mamma se può accompagnarla in libreria. E la madre risponde: “Mi spiace, non posso: non sono andata dalla parrucchiera”. Ecco, oggi il luogo dove si vendono i libri è considerato un posto quasi elitario, esclusivo. Al bar ci entriamo ogni mattina a prendere il caffè, anche se non siamo andati dalla parrucchiera o non siamo vestiti elegantemente; entrare in libreria, invece, è un’occasione speciale, rara, una sorta di evento dove devi avere anche i capelli messi a posto dalla parrucchiera. Tutto questo non va bene. Allora, mi sono detto, proviamo a smitizzare il libro, proviamo a farlo diventare quotidiano e indispensabile come il caffè del mattino. Dobbiamo smitizzarlo per dargli nuovo valore, solo così potremmo tentare di aumentare il numero di lettori. A luglio 2013 immaginai il format e i luoghi dove organizzarlo. Coinvolsi nell’impresa anche Cesare Carnaroli, sindaco di Fano negli anni 1994-2004, col quale nel passato avevo avuto feroci scontri per motivi politici, ma cui riconoscevo una profonda onestà intellettuale, e non solo. Chiamai poi Fabio Bargnesi e Filippo Agostini, titolari di un’agenzia di comunicazione, ai quali confessai subito che non avevo soldi per pagarli. È di Filippo la bellissima barchetta di carta calligrafata che costituisce ancor oggi il logo di Passaggi. Avevo anche dato un nome al festival che, col senno di poi, era davvero brutto: Saggifest. Il mio socio in questa avventura, Claudio Novelli (uno che non appare mai, che non scrive decine di post su Facebook o Instagram su Passaggi, perché non ha profili social, eccetto Twitter, che non si fa selfie con gli ospiti, ma che vale così tanto che il festival, in particolare nelle prime edizioni, lo organizzammo materialmente io, lui e pochi altri), propose Passaggi Festival, mutuato dal titolo di un saggio di Vittorio Foa, pubblicato da Einaudi. Fu un evento straordinario, e ancora oggi Claudio sostiene che il programma del festival 2013, ospitato nella bella aula magna di Palazzo San Michele, affollatissima di pubblico attento, in freddi giorni di fine novembre, è il miglior programma di sempre. Vennero – e cito a memoria solo alcuni nomi - Enrico Rava, Walter Veltroni, Valerio Massimo Manfredi, Sergio Staino, Gian Antonio Stella, Aldo Bonomi, Giovanni Bianconi, Olga D’Antona, Giusy Nicolini, Sandra Bonsanti, Marco Damilano. Premiammo, col Premio Passaggi, Sergio Zavoli. Aveva compiuto 90 anni un paio di mesi prima. Si avvicinò al tavolo e chiese cosa doveva fare: gli spiegammo che avevamo concordato una lectio, si scusò, disse di non aver preparato nulla, era davvero dispiaciuto. Parlò un’ora, a braccio, davanti a circa 300 persone assiepate e in silenzio assoluto. Fu una lectio straordinaria, benché improvvisata. Dopo sei mesi appena, decidemmo di organizzare la seconda edizione, a giugno, nel Chiostro delle Benedettine e nella Chiesa di San Domenico, sempre nel centro storico fanese. Siamo un festival giovane, si deve ancora consolidare, siamo agli inizi, ma in questo cammino ci sono state figure chiave che mi hanno affiancato: Fabiola Tonelli, oggi assessore del comune di Fano, nel 2013; Cristina Lazzeri nel 2014, e dal 2015 in poi Ludovica Zuccarini.

Lo scorso anno abbiamo intervistato un’altra figura chiave di Passaggi, il Presidente del Comitato Scientifico Nando Dalla Chiesa. Come e quando si sono incrociate le vostre strade? Ci ha creduto fin da subito?
Ci sentimmo al telefono, per la prima volta, nel 2008, mi pare: come molte conoscenze, la nostra nacque da un dissidio, adesso ricordo a malapena quale fosse, comunque si trattava di una questione di libri. Quando progettai il festival, la prima persona che chiamai fu proprio Nando. È un visionario e un generoso, un grande intellettuale e un uomo che dà lustro alla nostra Italia: accettò subito, senza riserve, senza neanche sapere esattamente cosa avevo in testa. Gli piacque, però, l’idea di fondo: avvicinare al libro non tanto il ‘lettore forte’, ma chi abitualmente non legge.

Da alcuni anni il Premio Andrea Barbato, che è stato attribuito alle più prestigiose figure del giornalismo nazionale, non si svolge più a Mantova, ma a Fano. Quanto è importante, per te, come giornalista averlo qui e come selezionate i vincitori?
Negli anni Novanta era stato intitolato al grande giornalista un premio che veniva assegnato a Mantova. Nel 2014, con Mantova che da anni aveva fermato tutto, Claudio e io proponemmo a Nicola Barbato, figlio di Andrea, di dare vita, o meglio: nuova vita, al Premio Barbato. Le nostre modalità di assegnazione sono del tutto diverse da quelle che c’erano a Mantova. Passaggi assegna il premio a un giornalista che abbia scritto e pubblicato di recente un libro. La selezione avviene attraverso un confronto con la famiglia Barbato, quest’anno in particolare con Ivana Monti. Credo che il Premio intitolato a una figura eccezionale del giornalismo italiano, come Andrea Barbato, sia parte integrante di un festival che voglia leggere il presente attraverso i libri, senza un approccio ideologico, ma con la libertà di leggere e giudicare, cercando la verità o ciò che di più si avvicina ad essa.

L’edizione di quest’anno è stata strepitosa per le molte novità, ma, soprattutto per l’esordio della narrativa con tre straordinari autori. Come li hai selezionati e perché hai scelto i Balcani?
Sono partito da un tema che in Italia divide da decenni: il nostro Paese è culturalmente, economicamente integrato in Europa o è più un paese Mediterraneo? Dobbiamo guardare alla Francia, alla Germania, al centro e nord Europa o più al Magreb? Un dibattito interessante che coinvolse, a titolo di esempio, anche grandi figure della nostra politica, come Moro e Spadolini. E così abbiamo deciso di esplorare l’Europa e il Magreb, pezzo per pezzo, iniziando dai Balcani. L’anno prossimo mi piacerebbe proseguire con autori balcanici, ma ponendo come protagoniste della rassegna scrittrici magrebine. Non so ancora se ce la faremo, in termini economici, a sostenere tutto, però l’idea c’è.

In tanti anni su questo palco si sono avvicendati centinaia di personaggi. Ci racconti l’episodio più sgradevole e quello più bello che ricordi?
Il più bello, senza dubbio, l’incontro con Liliana Segre. Il meno piacevole, ma non drammatico, anzi piuttosto ridicolo, riguarda un autore di cui non farò il nome. Noi abbiamo un servizio viaggi dedicato agli autori, che possono scegliere se venire in treno o in auto. Questo signore pretendeva che gli mandassimo a casa un ‘piccolo aereo’ privato per farlo arrivare a Fano, dove peraltro c’è solo un campo d’aviazione con la pista in erba. Non solo: salito a bordo dell’auto che gli inviammo, guidata da un nostro volontario, per le due ore e passa del tragitto non fece altro che tormentare continuamente la nostra segretaria, attraverso la quale comunicava con l’autista. Insomma, se voleva fermarsi per un caffè, se voleva abbassare o alzare la musica in auto, accendere o spegnere l’aria condizionata, lui non lo diceva direttamente all’autista, ma inviava un messaggio alla nostra segretaria, la quale, a sua volta, doveva telefonare al conducente dell’auto.



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