Intervista a Francesco Piccolo

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Puntualissimo Francesco Piccolo mi raggiunge allo stand Einaudi del Salone del Libro di Torino 2019, dove nel frattempo ho conquistato un paio di comodi puff bianchi e li sto difendendo con le unghie e con i denti dall’assalto dei visitatori, a quanto pare stanchi già a mezz’ora scarsa dall’apertura della fiera. Il suo ultimo libro (e forse non solo l’ultimo) ha toccato un nervo scoperto, quello degli orrori della virilità, le miserie dell’essere maschi. Orrori e miserie finora ritenuti dai più inconfessabili, ma che Piccolo ha confessato nella convinzione che questo sia il primo, necessario passo verso la redenzione o – più modestamente – l’accettazione della realtà. Inevitabile quindi che l’intervista vera e propria fosse preceduta dal breve ma intenso racconto divertito di un po’ di cose da maschi. Giusto per scaldarsi, eh: poi si parte.




Fammi capire: dunque la proverbiale superficialità maschile – che è uno dei motivi per cui le nostre compagne si irritano e ci rimproverano maggiormente, quasi ogni giorno – in realtà è una cosa che le salva, le tutela?
Direi che salva e tutela i maschi, tendenzialmente li salva dal soffrire perché appunto abbiamo questa capacità di respingere la complessità o comunque di averci a che fare – come dico qualche volta – in maniera rozza. Ovviamente è una specie di stato costitutivo di ogni maschio, di situazione di partenza: e però ogni maschio è alla ricerca invece della propria sensibilità e della propria profondità. Diciamo che per trovarla deve picchettare contro una roccia per andare a fondo e non è semplice.

Quindi la sensibilità maschile è un miraggio, o quasi?
Io penso che esista, però che esista uno scontro continuo tra la sensibilità e la superficialità, tra i sentimenti e la bestia. Non è affatto un miraggio quindi, ma è una lotta. E questa lotta da un certo punto di vista credo sia molto interessante. È sfinente, porta continue sconfitte (totali o parziali): ho scritto L’animale che mi porto dentro cercando proprio di raccontare la fatica di questa roba. La fatica dell’essere arroganti, la fatica dell’essere violenti, la fatica dell’avere sempre in testa il sesso, la fatica del cercare la potenza, la fatica del cercare il successo in qualsiasi contesto (anche casalingo). Un lavoro che sembra istintivo ma in realtà appunto è una lotta, una fatica.

Gli sporchi collaborazionisti, quelli che dicono sempre alle donne “Ma io sono diverso” sono realmente diversi oppure (personalmente propendo per questa ipotesi) bluffano biecamente per tenersele buone?
Non mi permetto di dire che bluffano, credo però che sia anche questa una forma di arroganza, quella di dire “Io ce l’ho fatta”, che rientra a pieno titolo nelle arroganze maschili. C’è però in questo qualcosa di più interessante e preoccupante. Io ho scritto un libro, come dire, “prendendomi la colpa”: se per esempio gli uomini sono violentatori, molestatori, chi dice “Io non sono così” si deresponsabilizza. Preferisco essere imputato che accusatore: se esiste il #metoo non è che io mi metto a dire “Sì, in effetti sono quegli uomini che sono brutti e cattivi” perché invece io credo che un uomo si debba assumere le sue responsabilità, debba mettersi sul banco degli imputati. Poi naturalmente potrà essere assolto, ma di certo non può far finta di essere sul banco degli accusatori. Non può essere né l’avvocato, né il giudice, né l’accusatore.

Che differenza c’è tra l’uomo de La separazione del maschio e quello de L’animale che mi porto dentro?
Beh, l’uomo de La separazione del maschio mi sembra che esprimesse più potenza che fragilità. È un libro scritto a quarant’anni, nella stagione del sentirsi potenti, del sentirsi stocazzo. L’animale che mi porto dentro è il libro di un cinquantenne, quindi sul rendersi conto che l’essere stocazzo in fondo siede sulla fragilità e infatti si frantuma facilmente.

Immagino che ti aspettassi le feroci polemiche che hanno seguito la pubblicazione de L’animale che mi porto dentro. Che rapporto hai con le stroncature, con le accuse anche feroci, come hai reagito agli attacchi personali che hai subito?
Non ho profili sui social network, e non ce li ho anche per questo motivo. Credo che tutti abbiano diritto a dire le peggiori cose su un personaggio pubblico di qualsiasi tipo. Il problema, la grande novità di oggi, è che io posso sapere tutte le cose dette su di me. E io invece non voglio saperle. Voglio vivere come vivevo prima, quando mi limitavo a sospettare senza sapere. Alle volte mi è capitato di vedere persone deprimersi seriamente leggendo quella roba, eh. In secondo luogo ho imparato, forse scrivendo per il cinema e avendo per questo una maggiore esposizione – io scrivo un libro ogni 3 o 4 anni, mentre invece ogni anno escono diversi film scritti da me – ad essere più impermeabile non solo alle stroncature ma anche agli elogi. Anche se – e questa è la terza cosa – sono sempre stato abbastanza indifferente, né pensare di essere un grande scrittore né pensare di essere uno scrittore di merda mi scuote molto. Non che non sia contento o non mi dispiaccia, chiaro, ma non sono strafelice e non soffro perché mi sembra di fare il mio lavoro con tale lealtà, con me stesso soprattutto, che mi sento in pace. Quando scrivi un libro come L’animale che mi porto dentro le conseguenze sono molto, molto molto meno importanti del fatto di essere riuscito a scriverlo. Poi sono sicuro che c’è qualcuno che dice “Francesco Piccolo è il più grande scrittore italiano” e qualcuno invece che dice “Francesco Piccolo è la merda delle merde”, però in fondo chi se ne frega.

Che differenza c’è tra l’ambiente letterario e l’ambiente cinematografico?
Mi piacciono tutti e due. Ho questa specie di forma un po’ malata di senso di felicità nello stare dove sto. Negli anni non ho mai avuto quell’atteggiamento di stanchezza rispetto all’ambiente lavorativo, di chi si stanca di vivere dove vive, tipo quegli scrittori che incontri al Salone del Libro e ti dicono: “Che palle ‘sto Salone del Libro” oppure i registi o gli sceneggiatori o gli attori che incontri alla Biennale del Cinema a Venezia e ti dicono: “Che palle ‘sta mostra di Venezia”. Quest’anno alle candidature al David di Donatello, la mattina al Quirinale la quantità di persone che ti dicevano “Che palle” era spaventosa. Ecco, l’essere immune da questa cosa mi rende forse un po’ ingenuo ma credo che mi salvi. Perché sia dell’ambiente letterario che dell’ambiente cinematografico vedo gli aspetti che mi piacciono di più. Forse la differenza sta nel fatto che nell’ambiente cinematografico c’è molto più gioco di squadra, è come se il mondo del cinema si sentisse spesso compatto rispetto a qualcosa, nel mondo dei libri questo succede molto meno. Anche perché nell’ambiente letterario siamo tanti singoli, non si appartiene nemmeno alla propria casa editrice: non è che io “tifo” per gli altri scrittori della mia casa editrice, non me ne frega niente, mi frega dei bei libri e degli scrittori che amo. Nel cinema anche il fatto che alla realizzazione di un film che scrivi partecipano 200 persone ovviamente influisce nel creare una sorta di spirito di squadra. Sto parlando naturalmente degli aspetti positivi, le invidie, le antipatie, le inimicizie ci sono in tutti e due gli ambiti. Ma anche a quelle si sopravvive, sia chiaro.

Domanda inesorabile, non ne posso fare a meno. Che ne pensi delle polemiche politiche che hanno preceduto il Salone del Libro di Torino 2019? Altaforte, Raimo e così via…
Penso questo, molto semplicemente: ho trovato tutto molto eccessivo. Si tratta di un editore trascurabile, portato alla ribalta in maniera stupida da persone che credono che l’antifascismo del 1943 e quello del 2019 siano simili perché così si credono più “fiche” come figure di intellettuali. Questo però fino all’intervista concessa da Francesco Polacchi, l’editore di Altaforte. Quell’intervista secondo me cambia le cose e infatti le ha cambiate. Fino al momento in cui (potrei dire stupidamente) quella persona non ha detto quelle cose inaccettabili, in cui la loro inaccettabilità ha reso tutto più chiaro e (altrettanto stupidamente) ha dato ragione a quello che era successo fino a quel momento. Ma rimane il fatto che trovo eccessivo che ci si accenda per queste cose e si trovi sempre il modo di identificarsi con entusiasmo anche in cose piccole – e tra parentesi chi non lo fa sembra che non sia antifascista –, semplicemente le cose sono più complesse di così e poi esiste la democrazia.

I LIBRI DI FRANCESCO PICCOLO



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