Intervista a Francesca Sangalli e Fabrizio Bozzetti

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Sono due, ma hanno scritto e hanno vissuto insieme un libro che raccontano in maniera complementare, anzi a volte è incredibile come il discorso dell’uno cominci da dove si è interrotto quello dell’altra. Giovani e bravi nei loro settori di provenienza (prevalentemente teatrale quello di Francesca Sangalli e prevalentemente cinematografico quello di Fabrizio Bozzetti), hanno avuto esperienze singole importanti, hanno ricevuto premi, soddisfazioni, ma non è la prima volta che si trovano a lavorare insieme. Li abbiamo sentiti per voi…




In pratica siete due sceneggiatori alla prova da scrittori, anche se in realtà questa è una falsa definizione, perché in entrambi i casi si tratta di scrivere! Spiegateci le differenze...
Francesca: Facciamo una distinzione di campo. Io sono una drammaturga e lavoro spesso per il teatro e Fabrizio è invece proprio uno sceneggiatore.
Fabrizio: Infatti abbiamo lavorato assieme per tanti anni, una dozzina più o meno, su progetti diversi però sempre in una maniera complementare, perché appunto Francesca porta più tutta la componente di scrittura teatrale, drammaturgica e letteraria, nel senso che ha già lavorato anche ad altri libri, invece io ho una formazione, un percorso professionale molto più legati al cinema. Poi mi è capitato di scrivere per il teatro e per la letteratura, ma in maniera minoritaria. Quindi, come dire, abbiamo proporzioni inverse in questo interfacciarci tra professionalità.
Francesca: Ecco questo ci sembrava carino dirlo, perché comunque abbiamo una collaborazione che diventa in questo modo unitaria, nel senso che ognuno ha un po’ un settore di competenza che sfrutta.

Com’è scrivere insieme? Al di là della suddivisione dei compiti, che cosa succede? “Litigate” mai per difendere il vostro punto di vista?
Fabrizio: Avendo cominciato tanti anni fa a collaborare, in realtà poi il percorso professionale singolo, con i relativi premi e così via si è dipanato un po’ in parallelo, nel senso che lavoravamo insieme e – io nel settore cinematografico, Francesca in quello drammaturgico – abbiamo, ciascuno nel proprio percorso, vinto premi e fatto altre cose. In questo romanzo L’imprevedibile movimento dei sogni si è verificata una cosa un po’ diversa rispetto agli altri progetti nei quali c’eravamo trovati a lavorare assieme, perché questa storia nasceva come un soggetto cinematografico, un soggetto che avevo sviluppato parecchio tempo fa, circa nove anni fa e a un certo punto dopo diversi anni che ci lavoravo – ma come si fa nel cinema a vari stadi, in vari passaggi per uno sviluppo successivo – ha visto il coinvolgimento di Francesca, quindi partivamo da un’idea di storia, di struttura, da un’idea di personaggi che era già ben definita e molto chiara e questo ha facilitato molto la collaborazione perché appunto, come diceva prima Francesca, avevamo una divisione di competenza molto netta, io più sul versante strutturale e Francesca più su quello stilistico e questo ci ha permesso anche di non entrare tanto in contrasto. Erano due ambiti che viaggiavano paralleli, ma distinti, due livelli, diciamo, all’interno della storia. Dopodiché, certamente, su alcune scelte, su alcune posizioni abbiamo discusso, però in questo c’è il fatto che appunto, avendo io questa formazione cinematografica, sono abituatissimo alle modifiche, all’incontro con il produttore, il regista, l’attore che per mille motivi ha necessità di cambiare qualcosa in una storia e quindi forse questo ha reso più facile il discorso piuttosto che se fossimo stati che so, due romanzieri puri, ognuno dei quali fortemente aggrappato alla propria visione, in termini di scrittura. Per la nostra complementarietà è più facile che si trovi un punto d’accordo e in equilibrio.
Francesca: Cosa ti posso dire di più? Sono d’accordo con tutto quello che ti ha detto Fabrizio. Diciamo che abbiamo portato le attività che ognuno di noi due poteva portare. Con la scrittura più legata al teatro si è scelto di usare una prima persona, quindi uno sguardo soggettivo e anche un avvicinamento a quello che potrebbe essere il monologo. Da questo punto di vista si può poi aprire il discorso sul versante più “ghost” della storia, perché non ci sono altre visioni soggettive e non sappiamo mai se la protagonista vive in un mondo onirico o se c’è davvero qualcosa di spettrale dentro a questa storia. Viviamo tutto in relazione ai suoi sentimenti e alle sue emozioni.
Fabrizio: Questo non per tutta la storia, nel senso che c’è una base realistica, quindi una serie di eventi sono assolutamente certi nel loro accadere. Da un certo punto in poi, però, il perdersi di queste tre adolescenti all’interno dell’ospedale, inizia a essere venato di soprannaturale e lì il punto di vista in prima persona ci permette appunto di passare attraverso le emozioni e le suggestioni della protagonista principale e giocare un po’ su questa ambiguità...
Francesca: Restando sempre nel dubbio che sia un sogno, oppure un complotto dei medici. oppure un’allucinazione da farmaci e così via.

Entriamo nella storia: Isabella, Eleonora e Daniela: la vita cambia davvero in un attimo...
Fabrizio: Sì! In realtà quello che ci piaceva raccontare era un percorso di formazione accelerato e in qualche modo imposto da quello che a loro capita e che poi è ripreso un po’ dal titolo del romanzo, nel senso che tutte all’inizio della storia hanno delle prospettive e dei sogni che scoprono mano mano essere stati fortemente indirizzati dalle loro famiglie, dalle attese della società, dalle strutture che si trovano ad avere intorno e nel corso della storia trovano il coraggio per cambiare radicalmente le loro vite. E se le troviamo all’inizio della storia ancora adolescenti, alla fine, anche se è passata solo una manciata di giorni, sono decisamente delle donne, in un modo molto particolare, facendo delle scelte che normalmente le persone non sono chiamate a fare, anche molto delicate, visto che a un certo punto si tocca il tema dell’eutanasia, però appunto questo cambiamento delle loro prospettive e dei loro sogni, era quello che ci sembrava un modo intrigante di raccontare quel periodo particolare che è l’adolescenza.
Francesca: E soprattutto il cambiamento avviene molto forte con l’avvento del rapporto con il corpo. Abbiamo riflettuto sul fatto che soprattutto le adolescenti, le ragazze, i nativi digitali sono molto slegati dal loro rapporto con il corpo e, invece, la malattia le costringe ad avere una coscienza maggiore di quello che sono come persone, come individui, come possibilità di realizzazione individuale.

Questo mi sembra interessante, perché parlando di malattia, di psicologia del malato, avere una chiave di lettura così per un momento tanto forte, è davvero particolare!
Francesca: Sì, è un’idea mutuata anche da una lettura saggistica di Umberto Galimberti rispetto al corpo, ma anche da molti moniti che sentiamo da filosofi e dalla letteratura che riguardano proprio quella sensazione di sentirci invincibili e che tutto quello che vogliamo si possa realizzare. Ecco, “il movimento dei sogni” per queste tre ragazze sta proprio nel fatto che questi sogni non sono al di là di ciò che loro sono come esseri umani e come identità personali e quindi possono anche trasformarsi in base a quello che succede nella loro vita, quindi, anche per le loro idee granitiche e adolescenziali, maturare vuol dire avere diversi punti di vista, lasciarsi contaminare dalle esperienze e dalle persone che si incontrano.
Fabrizio: D’altra parte sul tema che citavi prima della psicologia del malato, ci interessava anche mostrare tre personaggi, davvero molto distanti tra di loro, ognuno dotato delle proprie peculiarità e fare un discorso anche sui tre modi radicalmente diversi di porsi di fronte alla malattia. Tra di loro c’è Isabella che la nega e la nasconde, c’è Eleonora che invece ci convive da tanto tempo e c’è Daniela che deve prenderne consapevolezza ed è il momento nel romanzo in cui la componente che citava prima Francesca, quella culturale delle letture dei saggi e delle riflessioni si è un po’ sposata con la componente un po’ più personale, più biografica, perché in effetti, l’idea di partenza della storia che avevo iniziato a scrivere io, derivava proprio da un’esperienza personale, nel senso di esperienza di malattia di una mia nipote che ha, aveva, perché poi è riuscita a sottoporsi a un trapianto, la stessa patologia che ha Eleonora che è una malattia rara, l’ipertensione arteriosa polmonare e che l’ha vissuta in realtà in un’età un po’ più giovane di Eleonora, nel senso che a lei l’hanno diagnosticata a cinque anni e ha fatto un trapianto di polmoni verso gli undici anni e questa componente era il modo in cui la famiglia aveva reagito alla malattia, si era posta nei confronti della malattia è confluita nella linea personaggio di Eleonora che delle tre rappresenta quella che è più consapevole, ma al tempo stesso è quella che inizialmente si è arresa, quasi rassegnata all’idea di spegnersi e che poi invece dalle altre due viene riaccesa, scatenata, stimolata a sognare qualcosa di diverso rispetto a ciò su cui si era limitata sino a quel momento.

Grazie Fabrizio per questo aspetto così personale che ci hai raccontato, ma che avevo immaginato essendo rimasta colpita dalle dediche che tutti e due avete fatto alle vostre famiglie all’inizio del libro, anche se sono diametralmente opposte, se così possiamo dire...
Francesca: Ci siamo incontrati anche per questo, perché io sono cresciuta negli ospedali, perché essendo tutta la mia famiglia composta da medici, io ho vissuto tutto il mondo dall’altra parte e quindi fin da piccola, se dovevo aspettare, mi ritrovavo in ospedale a giocare con la sedia, quella che si sposta, nelle varie versioni perché poi nel tempo arrivavano tutti i diversi miglioramenti. Ci sono proprio cresciuta per tanto tempo, avendo un contatto diretto con quello che è invece l’altro aspetto. Un’altra cosa che mi sembra interessante su questo personaggio di cui parlava Fabrizio che mi è subito venuto in mente, è il fatto che una ragazza adolescente che sa che non potrà continuare la sua vita e quindi non potrà diventare una donna adulta, decida di coltivare questa passione per la letteratura scritta dalle donne, andando proprio a ricercare in tutto un filone di interesse di lettura ciò che potesse significare diventare adulta e matura, ma sentendolo direttamente dalla letteratura, tanto che si intreccia un po’ un dibattito letterario tra le due ragazze...
Fabrizio: In questo anche ci piaceva l’idea, per certi versi, di dare un’immagine di adolescenti un po’ diversa da quello che talvolta passa a livello di cinema, di televisione in Italia, dove molto spesso ci vengono mostrati degli adolescenti totalmente sganciati da qualsiasi espressione di cultura letteraria, nel senso di adolescenti che non parlano di libri, non leggono libri, vivono l’obbligo della lettura come qualcosa di estremamente scolastico, mentre se uno va a vedere, che ne so, il cinema francese, si trovano adolescenti di banlieue che vivono in ambienti durissimi, ma che però tranquillamente parlano sulla panchina, magari tra una canna e l’altra, di Marivaux o di grandi della letteratura francese, del teatro francese, no? Ci sembrava una mancanza rispetto al nostro mondo. I nostri adolescenti di adesso vengono mostrati come molto superficiali e allora qui l’idea di averne (in realtà sono polarità opposte perché Isabella non è assolutamente una lettrice, è una che passa i giorni a mandare palline al di là della rete, con questo padre - allenatore tirannico che la vede proiettata nell’olimpo del tennis), ma Eleonora invece porta, come diceva Francesca, tutta questa componente. E’ una che ha passato dieci anni della sua vita, isolata in un ospedale e che ha letto l’impossibile e che, non dico che sia come una piccola Leopardi, anche perché diversa fisicamente, ma ha quel portato culturale e in qualche modo coinvolge e contamina le altre con questo.
Francesca: Anche perché ho fatto un’intervista a una pediatra su alcune pazienti che sono legate a delle malattie che le portano a stare spesso in ospedale. Proprio passando più tempo in ospedale che a scuola o con altre persone, lei mi raccontava, dopo un po’ smettono di avere troppi rapporti con i social, perché tutti quei messaggi di compassione, di compatimento, i "come stai", cominciano a dar loro fastidio, quindi è come se li eliminassero, come fa Eleonora che si lancia su un desiderio di costruire una sua scuola personale, una cultura personale e quindi, diciamo che è un personaggio che esiste davvero, una tipologia che veramente fa questo tipo di scelte.

L’abbiamo già accennato, ma torniamo su questo argomento. C’è un tema che è oggi fortemente dibattuto che è quello dell’eutanasia. In che modo l’avete avvicinato e soprattutto raccontato?
Francesca: Ma in realtà il tema principale di cui si parla è la scelta, la scelta di che cosa fare del proprio corpo nel momento anche di decisioni che riguardano anche la malattia. Rispetto all’eutanasia, non posso dirti che sia un libro che parla in modo proprio stretto di eutanasia. Si parla molto della decisione di vivere o di morire e di qualità della vita, ma soprattutto di come prendere delle decisioni che riguardano le proprie cure, anche al di là delle decisioni dei propri genitori e quindi si parla del riappropriarsi del proprio corpo e di un punto di vista personale.
Fabrizio: In questo c’è anche da aggiungere qualcosa (ma è difficile affrontare il tema, perché si rischia di rivelare un po’ troppo della trama): si tratta di una eutanasia molto particolare nel contesto della storia e che per certi versi se ne è ragionato a lungo, assieme con Francesca e la pone quasi come non un’eutanasia, ma... è impossibile spiegarlo senza rivelare la trama.

No, no, non ci rivelare troppo!
Fabrizio: Insomma questa cosa è un po’ delicata da questo punto di vista, difficile da argomentare. Però ci piaceva anche questo tipo di consapevolezza, tornando al discorso del percorso di scelta delle ragazze, l’idea che noi a volte trattiamo gli adolescenti come persone incapaci di prendere la più banale delle decisioni, totalmente superficiali e così via, invece l’idea di mettere tre persone, a quell’età, di fronte a decisioni centrali e fortissime per il seguito delle loro vite, ci sembrava una bella sfida, da un certo punto di vista!
Francesca: Parlerei sicuramente del fatto che si parla di autodeterminazione...

C’è uno stile cinematografico nel testo, basta pensare a quel "buio", in fondo al prologo... E’ "colpa" di Fabrizio?
Francesca: Beh, per la verità è anche molto teatrale...
Fabrizio: Sì, è anche teatrale e credo sia il punto di contatto tra i nostri due linguaggi, quindi qualcosa che ci fa trovare entrambi a nostro agio. È il fatto di giocare con delle immagini forti e diciamo che è facile come incontro in una storia come questa, perché lo spazio in sé della storia è uno spazio molto teatrale, perché c’è un’unità di luogo e un tempo molto ristretto, non un’unità di tempo, ma comunque pochi giorni e un’unità di azione in quello che accade. Quindi è il punto dove in effetti il cinema e il teatro di incontrano, per cui quei "buio" o quei lampi di luce, quegli stacchi o quelle scelte narrative appartengono a entrambi i linguaggi.

Un’ultima curiosità: c’è qualcosa che vi piacerebbe dire o suggerire ai vostri lettori o comunque a chi si avvicina a questo vostro romanzo, senza sapere che cosa aspettarsi?
Fabrizio: Io lancio una cosa che è un po’ un amo ed è anche forse un po’ ruffiana e smaccatamente strappacuore. Però pur avendo avuto in gestazione questa storia per un tempo lunghissimo di nove anni, a dimostrazione del fatto che è una storia per la quale io consiglierei ai lettori di abbandonarsi e farsi trascinare dentro, anche perché muta molto lentamente e sembra andare in una direzione per poi spostarsi in un’altra completamente inaspettata e diversa, cambiando anche genere e una delle cose che ci siamo più divertiti a fare è proprio questo attraversamento di generi diversi che man mano mutano nella storia e corrispondono anche al gusto dell’adolescenza perché in un attimo si può passare dalla più cupa delle tragedie alla più demenziale delle commedie e appunto, lungo questo percorso nel quale io inviterei il lettore ad abbandonarsi, lasciandosi andare al flusso, cercando di seguire il cambiamento, il mutamento dei sogni che avviene man mano, quando io ho letto, per la prima volta, l’epilogo che è una mezza paginetta che chiude il romanzo dopo una pagina bianca che è quasi una dissolvenza bianco cinematografica o un bianco sparato su una scena teatrale, ero su un aereo, circondato di persone, in volo da Berlino. Sapevo benissimo come la storia andasse a finire e però, quando l’ho letto, mi sono ritrovato a piangere in mezzo a queste persone che avranno pensato “È un pazzo”, o magari che stavo per attuare un dirottamento, per cui abbiamo rischiato anche a livello di pubblica sicurezza! Però, ecco, l’invito è: cercate di arrivare fino all’epilogo, che vi piaccia o non vi piaccia l’inizio, sappiate che là in fondo c’è un epilogo che vi aspetta e che può essere un incontro inaspettato. Margaret Atwood diceva che “gli incontri saranno in agguato” e quello è secondo me il punto in cui ci piacerebbe che ogni lettore arrivasse.
Francesca: Mi piace anche molto l’idea che vadano alla ricerca e possano scoprire tutte le contaminazioni letterarie che sono state sparpagliate, un po’ come in una caccia al tesoro, all’interno del romanzo! E poi anche il fatto che c’è un tirante molto forte e un’accelerazione di tutta la seconda parte della storia che spero risulti inaspettata e sorprendente.
Fabrizio: Tra l’altro questo versante delle citazioni letterarie è anche qualcosa che abbiamo fortemente voluto e cercato, proprio perché volevamo aprire il libro al di là della fascia di un pubblico di giovani. E una cosa che ci hanno detto giusto ieri, i primi lettori del nostro romanzo, è che tutto ciò esiste nel libro in una sorta di sfumatura. I giovani magari sfiorano queste citazioni e non le colgono pienamente, ma gli adulti, specie gli appassionati di letteratura, possono trovare tutta una serie di rimandi, alcuni più evidenti e altri più sotterranei, perché appunto nel libro si citano David Foster Wallace, Thomas Mann...
Francesca: Sibilla Aleramo, anche Stephen King... E poi, come dire, anche da un grande maestro di teatro che è Peter Brook, una delle cose che ho imparato è proprio il fatto che è bello fare delle opere che siano stratificate e quindi che abbiano la possibilità di una lettura per diversi piani, per diversi livelli e diverse età, non completamente, quindi, targhettizzata, ma appunto stratificata e che possa abbracciare differenti fasce di lettori.

Grazie della vostra disponibilità...
Francesca: Volevo aggiungere una cosa, a proposito di Mangialibri... c’è una parte che volevo citare, dove le ragazze si divertono a fare dei giochi sulla mensa dell’ospedale, ma ve la lasciamo leggere.
Fabrizio: Sì, c’è un aspetto gastronomico, giocato un po’ sul gusto, il disgusto e sul gioco, però è una delle parti ironiche del libro perché al di là di tutto...
Francesca: Sì, ecco questo forse ci siamo dimenticati di dirlo, ma abbiamo puntato tantissimo sulla comicità proprio, in molti momenti. Quindi una commistione di generi che vogliamo che venga fuori.
Fabrizio: Sì, esatto e anche se alle volte l’argomento può sembrare molto serio, molto tragico (il primo giorno dell’uscita siamo arrivati al numero uno nelle classifiche di Amazon per la categoria “Morte e lutto”, però al tempo stesso eravamo al posto numero nove della categoria “Salute per ragazzi”), però, in effetti, questi temi, anche se molto seri, sono però filtrati attraverso emozioni, punti di vista delle tre ragazze, a volte molto disincantati, spassosi, graffianti, ironici, provocatori, a seconda delle diverse personalità, perché tutte loro affrontano le difficoltà della vita, alle volte ridendoci sopra o comunque trovando una maniera per giocarci.
Francesca: Se posso aggiungere, un lungo lavoro nell’ambito del teatro sociale mi ha insegnato che le persone che ho incontrato, magari anche senza le gambe, sono capaci di un’ironia feroce, proprio in barba alla disabilità. Questo mi ha veramente molto colpita e spero di essere riuscita a trasmetterlo...
Fabrizio: Questo smonta, infatti, anche la retorica che a volte si costruisce attorno a quella situazione. Infatti ci piaceva creare dei personaggi che, in modi molto diversi, non si compiangessero assolutamente. In modi diversi hanno trovato il loro rapporto con la malattia, ma mai piangendosi addosso e mai permettendo che gli altri piangessero addosso a loro e comunque rivolgessero nei loro confronti la retorica che si usa in questi casi che molte volte è stucchevole, soprattutto per chi la subisce.
Francesca: Ecco, qui l’autocommiserazione della malattia non esiste!



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