Intervista a Elif Batuman

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Elif Batuman ha un largo sorriso gioioso. La incontriamo nel meraviglioso chiostro di Santa Croce a Firenze. È in città perché il suo ultimo libro, uscito per Einaudi, è in lizza per il premio Von Rezzori che da 13 anni porta nel capoluogo toscano importanti voci della letteratura internazionale. Batuman, classe 1977, figlia di genitori turchi, ha studiato ad Harvard, dove ha avuto modo di approfondire la letteratura russa e attualmente vive a New York.




La prima domanda è inevitabilmente legata alla letteratura russa, il filo rosso che lega la tua produzione letteraria. Da cosa deriva, come ti sei avvicinata a questi scrittori? E in particolare perché hai mutuato da Dostoevskij il titolo del tuo romanzo L’idiota – e forse anche quello de I posseduti, il tuo lavoro precedente, che si rifà a I demoni?
È una passione nata alle scuole superiori, proseguita con l’università e culminata in un dottorato in letteratura comparata. Ho sempre pensato che la mia affinità con letteratura russa fosse dovuta soltanto a motivi estetici, avevo apprezzato tantissimo Anna Karenina e da lì ho continuato a leggere classici russi, poi ho capito che c’erano ragioni più profonde. In particolare tre, la prima legata al fatto di crescere negli Stati Uniti durante la guerra fredda, una situazione storica che ti portava inevitabilmente a rapportarti con questo Paese e la sua cultura e a provare a conoscerla meglio. La seconda, conseguente, il contrasto tra Est e Ovest tanto forte in Russia, piuttosto simile a quello che avviene in Turchia: entrambi sono Paesi che si affacciano su Asia e Europa. La terza, il contrasto invece tra secolarismo e feudalesimo, altro aspetto che caratterizza anche la Turchia, tra spinta verso l’occidentalizzazione e la tendenza a restare legati alla propria storia e alle proprie tradizioni e il rapporto conflittuale che ne deriva. tradizioni forti che permangono. Altro aspetto poi che da sempre mi ha affascinato è la modernità degli autori russi, Dostoevskij, Tolstoj e Puskin scrivevano di donne e dell’ipocrisia con cui venivano trattate, affrontando temi e stili che non si ritrovano assolutamente ad esempio nei grandi romanzi francesi del XIX secolo. Quanto ai titoli ripresi da Dostoevskij, intanto I posseduti non è esattamente la traduzione de I demoni: ho pensato però che questo fosse il titolo adatto per raccontare la mia passione per la letteratura russa. Quando ho firmato il contratto per il mio secondo libro avevo in mente tutt’altra cosa rispetto a L’idiota. Mi sono trovata a rileggere un romanzo che avevo scritto in gioventù, a 23 anni. All’età di 38 l’ho trovato imbarazzante, ma ho deciso che avrei dovuto lavorarci sopra e trasformarlo in un nuovo lavoro. Mi sono così resa conto che le cose migliori della prima riguardavano cose di cui allora ero ignaro, quasi non mi rendessi conto dell’orrore del mondo che ci circonda. Da lì la scelta del titolo, non necessariamente o non solo quindi un omaggio a Dostoevskij. Comunque per il mio prossimo libro basta titoli da Dostoevskij!

A questo punto la domanda è spontanea, ci puoi dare qualche anticipazione del tuo prossimo lavoro?
Il contratto che ho appena firmato per il prossimo libro riguarda il sequel de L’idiota. Il romanzo si conclude al primo anno di college, nel seguito ripartirò dal secondo anno. Dalle reazioni alla sua uscita mi sono resa conto che probabilmente avevo chiuso L’idiota un po’ troppo presto, non che abbia letto vere e proprie interpretazioni sbagliate ma mi è rimasta addosso la sensazione di aver lasciato troppe cose in sospeso. Ho capito insomma che dovevo andare avanti. In questo lavoro mi concentrerò più che altro sul fornire quelle spiegazioni che mancano ma anche a dare maggiora spazio allo sfondo, ai mutamenti sociali in atto, l’America di Trump ma anche la Turchia di Erdogan. Ero proprio in Turchia peraltro quando ho cominciato a scrivere L’idiota, e in quel periodo stavo con una donna, per la prima volta. Ho capito allora che la mia stessa vita era stata fino a quel momento influenzata dalla visione del rapporto uomo/donna che c’è nei romanzi russi, un mutamento di prospettiva che ha anche influenzato la mia scrittura.

Sono intanto molto contenta che torni Selin, un personaggio a mio avviso esilarante. Dovrebbe essere un tuo alter ego, è proprio così? Mentre restando a L’idiota, è interessante come tu riesca a unire alla tua passione per i classici russi riferimenti assolutamente pop, penso a Bjork o a Friends, musica, serie tv, insomma un universo culturale “alto” e uno “basso”, se così è lecito dire, che si sovrappongono e si intersecano… è una mia impressione o è proprio così?
Selin è molto simile a me, tant’è che avrei potuto chiamarla Elif ma sarebbe stata una scelta radicalmente diversa che avrebbe dato un indirizzo che non volevo a tutto l’andamento del romanzo. Quanto alla tendenza a mescolare registri, non penso sia una novità o una modalità che riguarda la letteratura moderna. Era una cosa che accadeva anche nei romanzi classici, pensiamo a Don Chisciotte, c’è un notevole mix di voci diverse, Sancho Panza parla da popolano, Don Chisciotte come un libro stampato, quasi in latino. Già in passato insomma la contaminazione tra registri diversi si utilizzava di frequente, anzi, possiamo a buon diritto affermare che l’idea di portare la classicità nel presente è sempre esistita. Troppe volte nei romanzi si teme di apparire troppo forbiti, elitari, si cerca un linguaggio popolare ma in realtà questa separazione tra novità e classicità non esiste, o almeno i lettori non la percepiscono come noi. Personalmente, cerco di fare la mia parte per rimuovere questa barriera e favorire questa contaminazione.

“Diverse lingue ti costringono a pensare cose diverse”. È una frase che si legge ne L’idiota, Selin come te è americana nata da genitori turchi e all’università frequenta diversi corsi di linguistica. È un’affermazione che senti di condividere, alla luce del fatto che più lingue hanno caratterizzato la tua formazione e la tua vita?
I miei genitori sono turchi, sono medici e si sono trasferiti negli Stati Uniti per lavorare un anno in un ospedale americano. Invece di rientrare in Turchia alla fine sono rimasti e sono nata io. In quel periodo, gli anni ’70, per famiglie come la nostra era diffusa la diceria che parlare una doppia lingua potesse creare confusione nei bambini. Per questo i miei con me da bambina parlavano solo inglese anche se in Turchia andavamo spesso in visita dai nonni e a volte anche per lungo tempo – in particolare un’estate, a causa di un colpo di stato rimasi bloccata più a lungo del previsto. L’inglese per me è stata la lingua dell’istruzione, della crescita: lo parlavo anche in casa certo, ma di fatto meglio io che i miei genitori. In ogni caso non ho mai creduto a un concetto che andava tanto di moda, quello del “mentalese”, cioè che tutti pensassero allo stesso modo indipendentemente dalla lingua parlata, quindi sì, ecco che torna il senso di quell’affermazione.

Prima di salutarti, lasciami dire che in realtà riferimenti russi a parte io ho trovato molto de Il giovane Holden in questo romanzo, per l’età della protagonista e anche per l’ironia dissacrante con cui si raccontano le sue sventure…
In effetti è un romanzo che adoro!

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