Intervista a Eduardo Rabasa

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Eduardo Rabasa ha accompagnato il suo primo romanzo edito in Italia lungo un tour densissimo di incontri. Ho appuntamento con lui in un hotel, prima di una delle tante presentazioni previste, ma riesco a disturbarlo quando ha finalmente trovato un momento per andare in bagno. Al secondo tentativo finalmente ci siamo e iniziamo una piacevole conversazione. Mi accorgo che probabilmente ha familiarità con l’italiano perché mi sembra riesca a comprendere subito le domande senza l’aiuto della preziosa e gentile Giulia Zavagna, la traduttrice che lo accompagna nel tour e che ha curato anche l’editing del romanzo. Il suo aiuto è indispensabile, però, quando il discorso diventa più complesso. E in effetti si parla, tra le altre cose, di filosofi e pensatori contemporanei e di grandi scrittori che, oggi più che mai, sembrano aver visto nel futuro.




Come ti è venuta l'idea per questo romanzo, il tuo Cintura nera, per questa organizzazione così spietata all'interno dell'azienda Soluzioni?
L’idea è di dare un po’ la traiettoria di un individuo che ha interiorizzato tutta una serie di ideali che hanno a fare con il successo, l’accumulazione e il lavoro come unica occupazione della vita, una figura che secondo me è archetipica della società contemporanea. Tutto questo a discapito dell’etica e delle relazioni sia interpersonali che di coppia. Mi sembra che rifletta un individuo predominante nella vita contemporanea che pare avere più potere dei politici, ovvero quello di determinare in qualche modo le nuove regole e i modelli di comportamento ai quali ci stiamo, nostro malgrado, attenendo.

Come definiresti questa storia? Potrebbe essere una distopia sociale?
Credo di sì. Ha molti elementi della distopia, anche se di fatto ieri leggendo Mark Fisher, che è uno dei pensatori che in questo momento mi stanno interessando di più, ho imparato un termine nuovo che prima non conoscevo e a cui non avevo mai pensato, ed è il Realismo Grottesco. Mi piace molto questo tipo di concetto, mi sembra che abbia molto a che fare con quello che provo a fare io nel mio libro. Perché l’intenzione è prendere quelle caratteristiche tipiche della realtà sia a livello personale che sociale e lavorativo e distorcerle un po' fino all’assurdo, al grottesco, appunto, in modo che diano una luce nuova sulla normalità, fino a che le cose cui siamo abituati e che ci sembrano normali ci appaiano ulteriormente grottesche.

Mi ha incuriosito il fatto che l'azienda Soluzioni sia in grado di risolvere appunto qualunque problema su richiesta dei clienti. Pensi possa essere davvero una aspirazione comune, ovvero poter ricorrere a qualcuno che, pagato, risolva qualunque cosa? In fondo esistono app per tutto, possibilità di cuochi a domicilio, agenzia di incontri, insomma pare esserci sempre la possibilità di ricorrere a qualcuno, previo pagamento, per quello che non si sa o non si vuol fare...
Io direi di sì. Ma c’è un però. Perché secondo me, anche se non è esplicitata l’epoca precisa, questo romanzo è ambientato quindici o vent’anni fa, in un periodo in cui queste cose che hai elencato non c’erano o quanto meno non avevano il peso che hanno oggi, penso agli smartphone, ai social network. E non c’era questa ossessione di rendere la nostra vita qualcosa di pubblico e ancora non cercavamo di risolvere i nostri problemi, a partire dal voler incontrare una persona per avere una relazione, attraverso questi “consigli” che ci si scambia oggi online. Queste cose oggi stanno succedendo ma non era proprio quello che volevo mettere al centro del romanzo. Quello che in realtà volevo raccontare più nel dettaglio, in questo romanzo, che è appunto anteriore a tutti questi elementi di cui abbiamo parlato, è la convinzione che il mercato possa risolvere tutti i nostri problemi come se fosse una sorta di entità magica o metafisica che può prescindere dalle persone in quanto in qualche modo onnipotente. Ovviamente, a suo modo, è un concetto legato in buona parte a quei concetti che di cui abbiamo parlato sinora. Quindi direi un po’ sì e un po’ no.

Quanto la nostra società è vittima del sistema imposto dalle aziende e quanto ne siamo effettivamente consapevoli, secondo te?
È un’ottima domanda. Non ho una risposta ovviamente ma mi sembra che ci sia una sorta di complicità da parte nostra perché i meccanismi di potere o lavorativi sono fatti di uno sfruttamento molto spesso visibile; però di fatto è vero quanto sostiene un filosofo coreano-tedesco, che si chiama Byung-chul Han, il quale teorizza questo comportamento di noi stessi. Cioè non solo noi accettiamo questo tipo di regole ma volontariamente facciamo di tutto per convertirci in una sorta di mercanzia. Non so quanto sia comune altrove, ma in Messico si parla di “sapersi vendere”. C’è quindi un alto grado di complicità da parte della popolazione come fossimo vittime e boia allo stesso tempo.

Che qualità servono per diventare Cintura nera? E non intendo soltanto nel romanzo…
La prima caratteristica essenziale per fare parte del sistema di oggi mi sembra un grande disprezzo per se stessi, perché solo una cosa del genere porta ad una indifferenza verso gli altri, necessaria per farsi strada in questo mondo. In secondo luogo mi piace raccontare un aneddoto che ho già raccontato altre volte. Un mio amico lavorava in una grande azienda e il suo superiore era uno degli uomini più ricchi del Messico. Diceva sempre che se volevano raggiungere quello che aveva lui dovevano lasciare da parte le relazioni, le famiglie e tutto ciò che non fosse strettamente legato al lavoro. Bisogna essere disposti a pagare un prezzo, insomma. Diventare dei monomaniaci che mettono tutto il loro impegno in questa specie di corsa senza fine, perché poi, di fatto, tutto quello che puoi fare non è mai sufficiente in quanto il sistema ti chiederà sempre di più.

Ho letto che hai fatto la tesi di laurea sul concetto di potere in Orwell. Quanto ha influito sulla scrittura di questa storia?
Senz’altro l’influenza di Orwell nella mia opera è molto grande e soprattutto lo è nel mio primo romanzo che si intitola La suma de los ceros e che è un po’ più teorico e più politico di quanto non sia Cintura nera. Ma senz’altro considero Orwell il mio padre letterario e in questo libro c’è un elemento che è molto orwelliano, cioè l’idea dell’esercizio del potere sulla mente e sulla consapevolezza degli individui in modo da ottenere una sorta di uniformità del consenso e del comportamento senza doverlo pretendere direttamente. Mi sembra che si rifletta un po’ nel modo di comunicare del Signor Sorriso che comunica con questi suoni sconnessi che non hanno un significato apparente ma che gli impiegati interpretano come fossero degli ordini. Quindi in qualche modo non deve proferire direttamente un ordine per ottenere un consenso perché loro obbediscono da soli. E questo concetto mi sembra, di base, molto orwelliano.

Cosa legge Eduardo Rabasa, quando non fa lo scrittore, l'editor e l'editore?
Leggo, forse curiosamente, molti più saggi che narrativa e quello che mi succede è che quando trovo un autore che mi interessa un po’ mi ossessiono e cerco di leggerlo non so se fino in fondo, ma per parecchio tempo resto sullo stesso autore. Ora, come dicevo, sto leggendo Mark Fisher e ne avrò per un po’ perché l’ultimo suo tomo che è stato pubblicato ha 800 pagine e quindi mi farà compagnia ancora a lungo. Credo che il giorno in cui arriverò alla fine, soprattutto considerando che lui si è suicidato e quindi non potrà scrivere più, sarà per me un giorno molto triste.

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