Intervista a Bashkim Shehu

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Passaggi Festival 2019 ha dedicato alla narrativa dei Balcani ampio spazio: incontriamo uno degli autori più prolifici e interessanti della diaspora albanese, Bashkim Shehu. Figlio di Mehmet Shehu, per molti anni vice di Enver Hoxha e poi vittima della sua paranoia, Bashkim è un intellettuale timido ma affabile, che nasconde dietro un’immagine schiva quanto bene capisca l’italiano e preferisce per l’intervista il terreno comune di una lingua straniera a entrambi.




Passaggi ha fatto la scelta di dedicare una sezione ai legami tra le due sponde dell’Adriatico. Storicamente le culture balcaniche hanno avuto molti legami e i rapporti tra le due sponde sono sempre stati molto fertili. Ritieni che ci sia ancora spazio per un terreno comune tra queste nazioni?
Certo che sì! Io sono convinto che ci sia un terreno comune tra tutte le nazioni del mondo, ma nel nostro caso c’è l’Europa e c ‘è il Mediterraneo che ci tengono insieme da sempre, che creano adesso come in passato un intreccio tra i popoli delle sue sponde che nessuna guerra, nessun evento geopolitico potranno interrompere a lungo. Siamo naturalmente vicini.

Hai già vissuto tre vite: la prima, precedente alla morte di tuo padre (il vice di Enver Hoxha e per un periodo apparente successore naturale del dittatore alla guida dell’Albania comunista), la seconda come prigioniero politico in Albania dopo che tuo padre è caduto in disgrazia ed è morto, la terza da autore libero a Barcellona. Quali sono le cose che hai portato con te da una vita all’altra e quali quelle di cui ti sei liberato lungo il cammino?
Dalla prima alla seconda sicuramente la memoria, ma questa è una delle cose sopravvissute anche nella terza. Dalla prima alla seconda una delle cose buone che mi son portato dietro sono le mie letture, quello che avevo letto fino a quel momento; dalla seconda, come la definisci tu, alla mia vita attuale ho portato l’esperienza della prigione. Un’esperienza che per me ha significato anche usare la letteratura per darle un senso. Durante la prigionia ero più libero di scrivere di quanto lo fossi prima, fuori. Fuori dalla prigione, se scrivevi e prima o poi cedevi alla tentazione di voler essere pubblicato, dovevi affrontare la censura e questo faceva scattare una sorta di istinto all’autocensura. La censura non era solo politica, ma anche estetica, avevamo molti limiti, regole stilistiche, riguardo la poetica stessa dell’espressione letteraria. In prigione l’unica regola era non scrivere apertamente contro il regime, bastava far sì che le guardie che controllavano i nostri scritti non capissero esattamente di cosa si trattava. Per me non è stato un problema perché non ho mai fatto propaganda. La cosa essenziale è che i miei scritti non erano più sottoposti al tipo di censura estetica di cui parlavo prima, diciamo che le guardie in prigione erano molto meno sofisticate dei censori di Partito… Ho scritto della buona letteratura in quegli anni, ma era essenzialmente diretta a pochi intimi. Un paio di amici all’estero, uno dei quali vive a Roma, l’altro in Germania, pochi amici in Albania. Quello è stato un periodo di transizione per me. Si è chiuso per me il periodo dell’auto censura e ho potuto costruire il mio stile personale, più libero.

La storia della tua famiglia è una delle più controverse e tragiche della Storia albanese. Ismail Kadaré ci si è ispirato per il suo Il successore. Quanto è stato importante questo autore nella tua vita personale e letteraria?
È stato uno dei miei più importanti maestri; ho avuto la fortuna di poterlo annoverare tra i miei amici quando ho iniziato a scrivere, nonostante fosse vent’anni più grande di me, e di potergli sottoporre tutti i miei primi manoscritti. Gli devo molto. In una prima fase la mia scrittura era molto influenzata dalla sua, ne sono consapevole; ciò era dovuto sia alla mia grande ammirazione per il suo talento, ma anche, in certa misura era un modo per circumnavigare gli ostacoli della censura usando quelle che chiameremo le sue “strategie”. Oggi il mio stile è molto diverso.

Alex Krasta, il protagonista de La rivincita, è ovviamente il tuo alter ego. Quanto è stato difficile per te dare in pasto al pubblico le tue esperienze di vita in prigione?
La cosa non è stata intenzionale, quando ho creato questo personaggio non avevo in mente di raccontare le mie esperienze. È chiaro però che quando scrivi tutto ciò che hai a disposizione è il materiale grezzo delle tue esperienze, per cui è stato inevitabile che venissero fuori, sono emerse spontaneamente e del resto non ha ragione di rimuoverle dal mio vissuto. L’intento di questo libro non è autobiografico, per me da un punto di vista letterario, questa dimensione non è importante; ciò che importa non è l’autore, ma il prodotto letterario.

Chi sono stati i tuoi miti letterari? Prima parlavi delle tue letture. Crescendo hai avuto accesso alla Letteratura occidentale?
Ho avuto un accesso illimitato alla letteratura occidentale, per i livelli più alti dell’establishment non c’erano gli stessi limiti che per gli altri, potevamo leggere qualsiasi cosa ci aggradasse. Sin da giovanissimo ho potuto leggere di tutto e ben presto ho trovato degli autori coi quali avevo delle “affinità elettive”, primo tra tutti Franz Kafka, che mi ha fatto un’impressione fortissima sin da quando ero molto giovane, forse anche influenzando alcuni dei miei primi scritti. Un altro autore che ho molto amato è stato Borges, poi ci sono autori più vicini al nostro tempo come Danilo Kiš e Roberto Bolaño.

Cosa pensi dell’Albania di oggi? Potresti mai tornare a viverci?
Non penso che ci tornerei a vivere, perché significherebbe ricominciare da zero dopo ventidue anni e ora non è facile. Forse più avanti, quando sarò vecchio.

Credi che l’Albania sia un Paese facile in cui invecchiare?
In realtà il sistema sanitario pubblico per adesso è pessimo. Sono informato sull’Albania, seguo gli eventi che accadono anche se non con costanza. In Albania la situazione è molto più tranquilla di quanto appaia all’esterno, la vita di tutti i giorni è serena e regolare, le persone sono tranquille. Mi chiedi cosa penso dell’Albania di oggi, ma ti dico che molto dipenderà dalle politiche che sono state messe in atto negli ultimi anni, dai risultati che avranno sull’economia, sul turismo che sta già crescendo e su altri mille fattori. Oggi si stanno gettando le basi per l’Albania del futuro. Staremo a vedere se sarà un futuro europeo. Lo vedremo tra pochi giorni, letteralmente, perché tra due giorni ci saranno le elezioni amministrative e i partiti di opposizione non prenderanno seggi e questo genererà delle proteste, vedremo che tipo di proteste saranno…

La scena culturale Albanese è da sempre molto vitale, ha prodotto molti grandi autori, alcuni dei quali vivono all’estero, come te, altri in patria, tutti comunque siete stati pubblicati sia all’estero che in Albania. Pensi che ci sia un investimento sufficiente sulla cultura nell’Albania di oggi?
Assolutamente no, ma da nessuna parte, non solo in Albania! Certo, in Albania meno che altrove ma la situazione non è rosea in nessuna nazione.

Ci anticipi qualcosa sul tuo prossimo libro?
In realtà dopo La rivincita ho scritto altri due romanzi , che in Italia non sono ancora pubblicati. Al momento sto scrivendo un saggio biografico sulla vita di una donna che è stata molto potente in Albania prima di cadere in disgrazia, essere condannata a trent’anni di esilio interno; è stata una dei pochi dirigenti del Partito Comunista che abbia fatto un “mea culpa” e abbia attraversato un processo di catarsi personale. Finito questo progetto, ci sarà un libro che conterrà due miei racconti lunghi. Per ora in Italia è uscito solo La rivincita, vedremo come va, poi decideremo se l’avventura continua…

I LIBRI DI BASHKIM SHEHU



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