Intervista a Andrea Zandomeneghi

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Andrea Zandomeneghi, toscano di Capalbio, è al suo esordio come narratore dopo anni di attivismo incessante nel mondo delle riviste letterarie. Gli abbiamo fatto alcune domande sull’exploit del suo primo romanzo.




Il tuo romanzo d’esordio Il giorno della nutria ha trovato un editore quando sei nel pieno della maturità. Quanto è stata utile la palestra delle riviste letterarie e quanto è un vantaggio che il libro sia uscito oggi e non, per esempio, cinque o dieci anni fa?
L’uscita odierna de Il giorno della nutria non può essere considerata un vantaggio perché molto semplicemente prima non sapevo scrivere, si tratta quindi di una necessità. Non che non scrivessi, scrivevo, scrissi il mio primo romanzo nell’adolescenza, era un romanzo storico ambientato ad Atene nel V secolo a.C. dal titolo Aristippo. Ho iniziato a imparare a scrivere quando mi sono messo sotto – 15 ore di scrittura e revisione al giorno – con una saga di fantascienza mascherata da fantasy di ambientazione latina. Imparai a gestire il lessico, a costruire le scene, a utilizzare la prima persona al passato come strumento di scavo. Non finii mai quella saga ma ne rimasi scottato, fu un fallimento, mi procurò anche un esaurimento nervoso che partorì un brutto disturbo ossessivo compulsivo. Ma avevo bisogno di continuare a scrivere, ribaltai così ogni prospettiva narrativa in una vera e propria enantiodromia: se la saga aveva un’estensione abnorme, il romanzo su cui iniziai a lavorare – che sarebbe diventato Il giorno della nutria– sarebbe stato breve; se la saga era lontana nel tempo e nello spazio, il romanzo sarebbe stato ambientato nella contemporaneità e nei luoghi che mi circondavano; se la saga prevedeva molti punti di vista, il romanzo ne avrebbe previsto uno solo; se la saga era fantascientifica e si dipana nel corso di millenni, il romanzo sarebbe stato realistico e si sarebbe svolto in un solo giorno; se la saga m’aveva fatto ammalare e aveva generato il disturbo ossessivo compulsivo, il romanzo avrebbe trattato della malattia e in particolar modo delle ossessioni. I problemi con cui mi scontrai dipendevano principalmente dal non sapere ancora gestire i personaggi e la trama. Per superare questi problemi c’ho messo anni, anni in cui ho lavorato sul testo, ma soprattutto in cui – questo è stato il vero e proprio cambio di passo – ho lavorato con Vanni Santoni, prima frequentando un suo corso di scrittura a Firenze e poi avendolo come editor. Non credo che senza Santoni sarei mai riuscito a scrivere un testo accettabile.
La palestra delle riviste letterarie è stata importante, in particolare è stata fondamentale la codirezione di Crapula, un litblog collettivo già molto strutturato quando ho iniziato a occuparmene. Anzitutto l’editing continuo di racconti e saggi ha fatto maturare la mia sensibilità testuale in modo evidente, poi – anche al fine di scrivere recensioni – mi sono riconnesso con la letteratura italiana contemporanea (prima ne leggevo veramente poca), infine ho rubato qualcosa da ciascuno degli altri tre condirettori: Da Russo De Vivo ho imparato il rigore e la professionalità – da intendersi come il contrario del dilettantismo – nel lavoro sul testo. Da Zucchi ho imparato a gestire il connubio tra narrazione ed elementi intellettuali. Da Mignola ho imparato come utilizzare in modo esteticamente valido i materiali della cultura classica.

Trovo che l’erotismo e la sessualità “espansa e sudaticcia”, per citare un grande regista, siano uno degli ingredienti irrinunciabili del tuo romanzo, che si tratti di reminescenze, di veri rapporti sessuali o di fantasie affioranti nei vari momenti di scarsa lucidità…
Hai ragione, la sessualità è un elemento irrinunciabile del romanzo, ma se ci pensi bene è un elemento irrinunciabile della vita (per definizione). Certo si può sempre decidere di non rappresentarla, ma non era questa la mia intenzione. Io volevo rappresentare in maniera minuziosa, come sotto la lente d’ingrandimento dell’ossessione, pensieri e azioni di un soggetto (il protagonista) posto in una situazione eccezionale: ritrovare una nutria congelata e scorticata fuori dal pianerottolo di casa, essere schiacciati dai postumi della sbronza della sera prima, essere cefalgici cronici et coetera. Inizialmente addirittura volevo scrivere un capitolo per ogni sigaretta fumata dal protagonista annotando qualunque cosa succedesse di interiore e esteriore. Questa impostazione di lavoro funziona nella misura in cui non si tenti di edulcorare e censurare. Il primo motivo che mi ha spinto a rappresentare la sessualità è stato quindi questo: la sessualità – si tratti, come dici bene, di reminescenze, fantasticherie, masturbazione o di rapporti veri e propri – è presente nella vita quotidiana delle persone. Il secondo motivo è stato che la sessualità è uno dei campi preferenziali di penetrazione della personalità dei personaggi: il protagonista ad esempio arriva a teorizzare il proprio egotismo speculando sulla sessualità, lo squilibrio mentale di Emanuele conseguente alla credenza dell’esistenza degli alieni lo spinge a farsi sodomizzare, il fatto che Giulio vada a letto con Esteban o il fatto che abbia due ragazze problematizza il personaggio che a prima vista parrebbe molto lineare. Il terzo motivo è stato che avevo l’esigenza di rappresentare dei personaggi corrotti dallo stagnante isolamento culturale e sociale della provincia e le loro pratiche erotiche fluide e destrutturate si prestavano alla perfezione. C’è da aggiungere qualcosa sulla maniera in cui la sessualità è rappresentata: la spudoratezza e il linguaggio scurrile sono poi dei tratti essenziali della carnevalizzazione e della satira menippea che è il mio genere di riferimento – Petronio docet.

“Ora sapevo che era una nutria, ma rimaneva pur sempre una chimera. Volevo che la sua presenza fosse eliminata sia fisicamente sia dal mio panorama mentale, il prima possibile. Io la volevo negare al più presto”. È corretto dare una lettura freudiana e psicanalitica di questo episodio assolutamente weird che capita al tuo protagonista?
Sì, nello specifico va letto nella dinamica dell’ossessione in cui è inserito. L’ossessione – obsessio -onis «assedio», da obsidere «assediare» – è l’assedio delle formazioni mentali. Le idee ossessive costituiscono uno psichismo parassitario, il soggetto le critica ma non riesce a liberarsi di loro. Una rappresentazione (un’idea, un ricordo, un’immagine sessuale, un interrogativo metafisico o religioso, un dubbio su un evento) irrompe nella coscienza e vi persiste anche se il soggetto la ritiene assurda e cerca di liberarsene considerandola estranea, pur sapendo che deriva dalla sua attività psichica. Il soggetto avverte questi atti mentali come intrusivi e ne riconosce il carattere patologico.

Sarebbe facile domandarti delle tue influenze letterarie, dei modelli di riferimento e dei classici di cui ti sei nutrito e di cui hai nutrito la tua nutria. Mi interessa però maggiormente chiederti quali letture filosofiche (o anche di altra saggistica di altro genere: antropologica, sociologica, mistica) hanno fatto da sostrato alla costruzione del background culturale di Davide, del suo modo di pensare, delle sue divagazioni colte. E poi, quanto è sovrapponibile la cultura di Davide Aloisi a quella di Andrea Zandomeneghi, quanto invece ti sei dovuto sforzare, andando a ricostruire mentalmente la sua formazione e i suoi interessi?
Ho costruito Davide Aloisi a partire da come ero io anni fa, abbiamo un background culturale simile, la maggiore differenza è costituita dalla formazione, la mia è giuridica, mentre Davide ha studiato architettura. Le letture saggistiche essenziali nella costruzione del personaggio di Davide sono state: Lombardi Vallauri, Schopenhauer, Nietzsche, Eliade, Meister Eckhart, Kerényi, Seneca, San Paolo, Agostino, Natoli, Borgna, Jaspers, Bachtin, Auerbach, Stirner, Platone, Feuerbach, Klossowski, Deridda, Deleuze, Prini, Grossi, Mantovani, Levinas, Fossi.

Il giorno della nutria non è stato candidato al Premio Strega, anche se per me lo meritava. Sta però raccogliendo moltissimi consensi, come la finale del Premio POP e il quarto posto nella classifica di qualità de L’Indiscreto. Te lo aspettavi? Di quale risultato vai più fiero?
Sono veramente felice di come sta andando Il giorno della nutria, ha ricevuto più di cinquanta tra recensioni (quasi tutte positive), interviste e segnalazioni, anche grazie all’opera dell’ufficio stampa di Tunué, Silvia Bellucci. Della finale al Premio POP sono veramente contento, è stata una bellissima serata a Milano con gli altri quattro finalisti e i ragazzi del master in editoria. Il quarto posto nelle classifiche di qualità è prestigioso e francamente non me lo aspettavo. Il risultato di cui vado più fiero però è essere riuscito a pubblicare con la casa editrice che volevo.

I LIBRI DI ANDREA ZANDOMENEGHI



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