L’ombra di Allende

Nella zona costiera al nord del Cile, all’alba il deserto viene ricoperto quasi sempre dalle nubi. Sulla panamericana che attraversa la zona la visibilità è spesso e volentieri limitata, eppure il senatore Salvador Allende deve macinare quei chilometri per arrivare alla fine alla prigione di Pisagua. In questa prigione vengono rinchiusi i prigionieri politici dall’entrata in vigore, in Cile, della “Legge Maledetta”, quella che -in poche parole- proibisce l’esistenza del partito comunista: ed è anche quella di cui si raccontano cose indicibili, su come vengono trattati i detenuti, sul loro stato, sulle loro condizioni ai limiti del sopportabile. Quando Allende si avvicina all’entrata, è un ufficiale quello che si appropinqua a lui e si pone tra il politico e l’ingresso: è il sergente Pinochet. Ma un semplice sergente non può bloccare un senatore della repubblica. E Pinochet, grugnendo, si fa da parte. Altrove, intanto, in una più comune casa di famiglia, un bambino di sette anni è incantato davanti la tv, dai mondiali di calcio del 1978. Leo è figlio di immigrati cileni, e così piccolo non deve schierarsi. Non deve (ancora) pensare alla divisione di una nazione ferita tra un presidente e un generale, al colpo di stato che ha cambiato la storia dell’America Latina e neanche a come questo influisce sul mondo e sulla storia del mondo. A lui non resta che interrogarsi sulla propria identità morale…

Nel 1964 Richard Kyle in un articolo su una rivista specializzata utilizza (e probabilmente inventa) il termine graphic novel, romanzo grafico: che nella pratica già era stato pubblicato, se si considera nel 1956 L’Eternauta di Oesterheld in Argentina, Una ballata del mare salato di Pratt e La rivolta dei racchi di Buzzelli in Italia. Forse è però Will Eisner, il genio, il fumettista, l’artista, che sdogana il termine parlando del suo Contratto con Dio del 1978, cercando, dando inizio al processo di legittimazione culturale dovuto al fumetto, e che solo oggi forse ha avuto, o sta avendo, piena affermazione. E proprio le graphic novel, quelle migliori, i capolavori, riescono a catturare meglio a volte di un libro o di un quadro l’irripetibile senso di un momento che serve poi a dare un senso ad un’epoca: perché mettendo insieme segno e testo si riesce a colpire insieme cuore e cervello, e dar conto di emozione e pensiero. L’ombra di Allende incarna perfettamente tutto questo: González ha da sempre improntato il suo lavoro sull’indagine del reale, esplorandone i recessi più nascosti e meno evidenti con l’immagine morbida della sua testimonianza a matita. La storia di Allende, e tramite lui di Pinochet, attraverso gli occhi innocenti del protagonista, è forse il suo lavoro più ispirato e riuscito, finora: un racconto stratificato e denso, di un’emotività altissima che fuoriesce prepotente dai segni a matita del suo tratto essenziale ed efficacissimo, fortemente materico mentre invade letteralmente la pagina (González utilizza colori ad olio e grafite con tecniche miste) rendendo il racconto vischioso, crudo e spietato. L’ombra di Allende mette al centro della narrazione il terzo personaggio, il figlio di immigrati che, posto a distanza tra l due figure storiche, riesce a fare da lente di ingrandimento per entrambe e per tutta una nazione, il Cile di Allende. La narrazione è semplice ma incalzante, denso e avvolgente, con colpi di scena ben piazzati per creare un crescendo di tensione e un finale perfettamente bilanciato dal grande pathos, con una potenza affabulatrice quasi commovente.

 


 

0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER